Trentasette portate e tredici vini per dimenticare che stai invecchiando

Magari bastasse, per combattere la stramaledetta malattia che è l’invecchiamento, preparare pasti con innumerevoli portate a farle funzionare quali coltellate. Le sorprese di “Un pranzo da re” di Jim Harrison

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Foto di Hermes Rivera su Unsplash

Confesso che mai mi sarebbe venuto in mente di leggere Un pranzo da re, e seppure questo romanzo dello scrittore americano Jim Harrison fosse stato appena pubblicato da una casa editrice italiana che tengo in gran conto, la Settecolori. Il fatto è che sapevo poco e niente di Harrison (se non che fosse prodigo nello scrivere libri e nel bere vino di qualità) e meno che mai ero attratto dalla presentazione del libro come “le avventure di un gourmand vagabondo”. Leggere un romanzo di cui parrebbe che è una sorta di avventura da un tavolo da pranzo a un altro? No, grazie. E del resto è lo stesso Harrison a scrivere nel suo libro che lui a sua volta diffida della “tribù degli scrittori” (cui ho il torto di appartenere) descritti quali “una specie a parte fatta di tossici, alcolizzati, farabutti, piagnucoloni, ginecologici della domenica e angeli allo sbando”.
Ovviamente sono queste ultime piccanti definizioni che mi hanno persuaso di avere a che fare con uno scrittore sopraffino, da non perdere. Con uno il cui vanto principale è quello di avere bevuto durante la sua vita almeno mille bottiglie di vino e senza dire la curatela con cui Harrison pronuncia titolo e annata di ognuna di quelle bottiglie. E dunque le pagine di Un pranzo da re, non le ho aperte, bensì afferrate. Gustate è il termine giusto, trattandosi di vini prescelti ogni volta con la massima accuratezza a seconda del piatto di portata cui si accompagnano e fors’anche della persona che ti sta di fronte mentre li stai bevendo. Amico o parente che sia. Di uno di questi, un prozio che per mestiere lanciava coltelli in un circo, Harrison ha un ricordo particolarmente affettuoso. Di uno che era solito dire: “Avrei potuto essere un grande lanciatore di coltelli, solo che non sapevo lanciarli!”.
Laddove una cosa particolarmente invisa al nostro Harrison è l’invecchiamento di noi uomini e dunque l’inevitabile caduta di apprezzamento da parte delle fanciulle che ti roteano attorno, e non c’è cibo o vino che possano combattere questa malattia. Scrive Harrison: “Di recente molti miei amici maschi hanno intrapreso diete strane affinché le donne più giovani non li considerino dei reietti biologici. Se funzionerà li considereranno dei vecchietti arzilli. E’ naturale chiedersi come abbiamo fatto a diventare così vecchi, ma trascuriamo sempre la risposta più ovvia, ovvero che è successo dietro le nostre spalle, poco per volta, momento dopo momento”. Magari bastasse, per combattere questa stramaledetta malattia che è l’invecchiamento, preparare pasti con innumerevoli portate a farle funzionare quali coltellate contro l’invecchiamento. Solo che non funziona così. Al povero Harrison non resta che starsene imbambolato mentre guarda la sua vicina di posto al ristorante che dopo avere ingoiato un pollo fritto si pulisce le labbra con una “lingua leggermente sproporzionata, una lingua che non si intonava al suo viso botticelliano”. Né ad Harrison passa neppure lontanamente per la testa che il troppo cibo faccia male. Racconta di un pasto in cui lui e dodici suoi amici si erano pappati la bellezza di trentasette portate e che era durato qualcosa come undici ore. Niente di male, scrive Harrison, non c’è rimasto tempo per la cena e dunque abbiamo risparmiato.
Questo pantagruelico appetito di Harrison com’era valutato nella famiglia di cui lui era parta? Lo scrittore americano la mette così: “Mia madre, una luterana svedese, chiedeva sempre ai suoi cinque figli: ‘Cosa avete fatto di utile oggi?’ Se le avessi risposto ‘Ho mangiato trentasette portate e bevuto tredici vini diversi’ mi sarei condannato alle tenebre assolute. Ma era quella stessa mamma di ferro che, riferendosi al mio lavoro, mi diceva anche, con un sorrisetto: ‘Alla fine sei riuscito a camparci bene con le tue frottole’”.
PS. Se qualcuno di voi lettori credesse che io mi inebri a leggere di “maialini” squartati, si sbaglierebbe alla grande. Avviene tutto il contrario, che io provi un’infinita pietà per quelle povere bestie.