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Gli occhi di chi ha testimoniato un miracolo
Al Festivaletteratura, quando Siri Hustvedt discorre del suo memoir sul matrimonio con Paul Auster, Storie di fantasmi, si vede che non vuole parlare tanto del libro quanto della probabilità davvero infinitesimale che un uomo e una donna si guardino, si piacciano e restino insieme per sempre
23 SET 26

Siri Hustvedt (Foto LaPresse)
Gli occhi di Siri Hustvedt si illuminano quando, al Festivaletteratura, racconta come aveva incontrato Paul Auster: si vede che è ancora felice di avere conosciuto per caso l’uomo col quale ha condiviso quarant’anni d’amore, fino alla morte di lui nel 2024. Discorrendo del memoir sul matrimonio, Storie di fantasmi (Einaudi, 296 pp., 20 euro), i bagliori degli occhi evadono dalla ritualità della presentazione nella splendida cornice; si vede che non vuole parlare tanto del libro – perché farlo? nel pubblico lo abbiamo comprato quasi tutti e abbiamo letto i suoi precedenti – quanto della probabilità davvero infinitesimale che un uomo e una donna si guardino, si piacciano e restino insieme per sempre. Sono gli occhi di chi ha testimoniato un miracolo, che cambiano luce e ascoltano con grazia incuriosita le domande, le considerazioni che Gaia Manzini avanza da acuta lettrice.
Li vela una benevola ironia, da un lato consapevole che nessuna terza persona potrà mai capire cos’è accaduto davvero fra lei e il marito, dall’altro intensamente grata dell’attenzione riservata a quest’enorme fortuna privata che si è tradotta in letteratura: accade ad esempio quando la presentatrice argomenta che la voce narrante di Storie di fantasmi le ha ricordato il Krapp di Beckett, intento ad ascoltare vecchi nastri alla rinfusa per sentirsi parlare quando era giovane, immerso in un passato che è lì davanti eppure sfugge.
Quando infatti interviene l’interprete, la formidabile Marina Astrologo, ecco che Siri Hustvedt cambia posizione: ricadono sul grembo le braccia che mulinava verso il tendone raccontando del colpo di fulmine e gli occhi, gli occhi si corrucciano nel tentativo di controllare parola per parola i termini italiani (li capisce? non li capisce? mistero) scelti al volo per tradurre a beneficio dei non anglofoni; annuisce forse perché condivide, forse perché si rende conto che non c’è parola – italiana o meno – davvero adatta a rendere il sentimento che ha provato così a lungo. Ma, in fondo, questo capillare raccontare una storia e sentirsela raccontare in una lingua diversa, cercando assiduamente un punto d’accordo, non è ciò su cui si fonda ogni matrimonio, e che lo tiene in piedi?