L’ottimismo della poesia e del romanzo. Conversazione con Siri Hustvedt

L’urgenza della letteratura, o la ricerca della verità. “Quando scrivo mi sento maggiormente viva, anche se non sono del tutto convinta del perché”. Dal Minnesota a Brooklyn, una vita con Paul Auster

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30 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 08:38 AM
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epa11665632 US writer Siri Hustvedt, winner of Literature's Princess of Asturias award, participates in a meeting with readers at the Jovellanos Theatre in Gijon, Spain, 17 October 2024. EPA/JUAN GONZALEZ

Poetessa, romanziera e saggista, Siri Hustvedt ha accettato di partecipare con entusiasmo a questa serie di discussioni su letteratura e politica, riuscendo a coniugare come sempre la passione con il rigore intellettuale. Figlia dell’immigrazione norvegese approdata nel Minnesota a metà del secolo scorso, si è trasferita a New York per studiare alla Columbia University e da allora non ha più abbandonato la città, scegliendo di vivere a Brooklyn insieme al marito Paul Auster, con il quale ha avuto la figlia Sophie, attrice e cantante. Per Siri Hustvedt la letteratura rappresenta il cuore di una speculazione intellettuale su temi apparentemente diversi quali l’identità, l’etica contemporanea e l’epistemologia, rispetto ai quali la sintesi è da identificare sempre nell’uso del linguaggio. E’ una donna alta, bionda, elegante ed estremamente affascinante, che rifiuta di farsi travolgere dal pessimismo, nonostante i dolori che hanno costellato la sua esistenza e l’angoscia per l’attuale situazione politica del suo paese e del mondo intero. Non mi sorprende che mi dica “Quando scrivo mi sento maggiormente viva, anche se non sono del tutto convinta del perché”, e quando la invito a chiarirmi che importanza abbia per lei la letteratura mi spiega che l’urgenza si identifica con la ricerca della verità: “E’ grande il piacere che provo quando la lotta per articolare quello che all’inizio è oscuro si conclude in una frase che riconosco come autentica”.
Ha una routine quando scrive?
Mi sveglio presto, intorno alle sei. Faccio colazione e mi trasferisco alla mia scrivania. Lavoro sino all’inizio del pomeriggio, poi generalmente leggo per tre ore, a volte anche quattro.
Quali sono i libri che hanno rivestito un ruolo più importante nella sua vita?
Sono centinaia. Mia madre mi ha fatto scoprire Emily Dickinson quando avevo undici anni, e me ne sono innamorata. Ho deciso di diventare una scrittrice a tredici anni dopo aver letto David Copperfield. Anni dopo ho scritto la mia tesi per il PhD sul tema del linguaggio e dell’identità nei libri Charles Dickens. Le idee che ho dibattuto nella tesi mi hanno portata a esplorare la filosofia del linguaggio, ma anche la letteratura neurologica sulle malattie che hanno effetti sul linguaggio: un libro porta a un altro, sempre.
Chi è secondo lei l’autore più sottovalutato della storia della letteratura, che merita una riscoperta?
Margaret Cavendish, duchessa di Newcastle, poetessa, drammaturga, proto-romanziera e filosofa naturale del Diciassettesimo secolo.  
Esiste un libro che ha amato molto e che ora non ama più?
Prima di rileggere un libro mi capita spesso di avere il timore che non mi possa più piacere, ma non è mai successo. 
Esiste un autore che lei ammira, sebbene non condivida le sue idee?
Louis-Ferdinand Céline, in particolare Morte a credito. Era un violento antisemita. 
Quale è la sua relazione con la religione? Crede in Dio?
Da bambina frequentavo la chiesa luterana, e ho avuto un periodo molto religioso intorno ai quattordici anni. Sebbene non abbia più alcun legame formale con la religione e con un Dio, ci sono molti pensatori religiosi che rivestono una grande importanza per me, tra questi Agostino d’Ippona, Ildegarda di Bingen, SantaTheresa, Søren Kierkegaard e Martin Buber. E sono stata un’ammiratrice di Papa Francesco. 
Sto chiedendo a tutti gli scrittori che intervisto se ritengono che che il linguaggio delle immagini stia danneggiando o addirittura uccidendo quello della parola. Lei che ne pensa?
Non c’è dubbio che la cultura sia satura di immagini digitali indirizzate per lo più ai consumatori. Nello stesso tempo, nel nostro mondo le persone senza cultura rimangono in una situazione di grande svantaggio. I segni linguistici sono vitali per navigare nella vita moderna. La domanda da fare è quindi: quali immagini e quali testi rendono più ricca la tua vita e quali la impoveriscono? 
Esiste qualcosa che la letteratura può fare e invece il linguaggio delle immagini non può?
Il cinema non è particolarmente efficace nel rappresentare la routine: ogni giorno mi sveglio alle sei, bevo il mio caffè lentamente… L’immediatezza delle immagini in movimento implica il tempo presente, ma non la sua ripetizione nel tempo, quindi l’abitudine deve essere comunicata in altri modi. Ogni scrittore sa che ciò che appare in un istante sullo schermo – la postura di una persona, il suo abbigliamento, la stanza, la strada o il tempo – può richiedere in un libro una pagina densa o più di descrizione (se è importante).
Un altro tema affrontato è il fatto che in America la quota di mercato dei libri non di lingua inglese è intorno al quattro per cento: qual è il suo commento?
Sono anni che affronto ripetutamente il tema della mancanza di libri tradotti negli Stati Uniti, considerandolo non solo un sintomo di orribile provincialismo, ma di privazione culturale che limita ciò che la gente del mio paese può leggere.  
Come ha visto cambiare questo paese dall’inizio dell’Amministrazione Trump?
I cambiamenti sono enormi: lo svuotamento completo del governo, il trattamento brutale degli alleati, gli attacchi alle università, agli intellettuali, alla scienza, agli studi legali, alla libertà di espressione, alle donne, ai diritti Lgbtq, ai diritti civili, alle tutele ecologiche e ora il palese imperialismo del regime in Venezuela e Iran. 
Secondo lei è cambiata la questione razziale in questo secondo mandato?
Il razzismo è stato la piaga della nostra storia sin dal periodo coloniale. Il lascito della schiavitù sopravvive in molte forme differenti, con e senza Trump. Tuttavia, dal momento in cui il presidente ha lanciato la sua prima campagna elettorale, ha permesso ai suoi seguaci di indulgere in un’aperta, spudorata e brutale retorica del razzimo. E in qualità di quarantasettesimo presidente ha trasformato l’Ice in una forza paramilitare che viene usata contro ogni persona di colore, sia che si tratti o non si tratti di un cittadino americano.
Gli elettori americani hanno eletto un presidente di colore, ma per due volte non sono riusciti a eleggere una donna.
Prima che Barack Obama fosse eletto presidente, ho detto a mio marito “questo paese eleggerà un uomo di colore prima di eleggere una donna bianca”. Avevo ragione. Hillary Clinton è stata letteralmente demonizzata. La stampa di estrema destra ha diffuso la voce che puzzava di zolfo, come se venisse dall’inferno. Kamala Harris ha dovuto affrontare sia la misoginia che il razzismo. L’odio indirizzato verso donne che si si trovano in posizioni di autorità è feroce, e questo non è in alcun modo limitato alla destra politica. 
Ritiene che Donald Trump sia un’eccezione rispetto alla storia americana, o piuttosto un’inevitabile conseguenza?
Mio padre una volta mi ha detto: “Quando il fascismo arriverà in America, lo chiameranno Americanismo”. La xenofobia, il razzismo e la misoginia sono facili da nutrire con la propaganda. La battaglia è sempre stata sull’inizio teatrale della Costituzione: “Noi, il popolo”. Nel 1787 significava uomini bianchi con delle proprietà, ma saggiamente gli estensori non lo hanno detto. L’estensione di quel “noi” ha rappresentato per alcuni una missione, per altri un’anatema. Su questa questione abbiamo combattuto una guerra civile. Trump non ne è né l’inevitabile conseguenza né l’eccezione. Lo scorso giugno a Palermo ho tenuto una conferenza in cui ho analizzato il corpo maschile fascista del Ventesimo secolo e le numerose analogie che esso presenta con il movimento Maga. Inoltre mi sono dedicata allo studio della destra intellettuale del paese. Trump da solo non ha la capacità di attuare i cambiamenti radicali di questa amministrazione: è guidato da forze potenti che da anni attendevano il loro momento, come il Claremont Institute e figure come Vought, Miller e altri.
C’è qualcosa che ammira del quarantasettesimo presidente, e che l’opposizione dovrebbe far propria?
Trump è un narcisista maligno, uno psicopatico. Lo dico in senso clinico. E’ impulsivo, mente patologicamente e manca di senso di colpa ed empatia. Tuttavia è un uomo di spettacolo e un brillante oratore. Mussolini e Hitler possedevano lo stesso dono della ripetizione infinita, della spavalderia maschile e del grande richiamo emotivo. Il problema dell’imitazione di queste efficaci tecniche di propaganda è che la democrazia è un’attività pluralista e complicata, fatta di confronto, dibattito e compromessi incerti. Non si presta a un linguaggio usato come un martello.
Personalmente io credo che il fenomeno Trump rappresenti, insieme a molti altri fattori, una reazione alla cultra woke e alla correttezza politica: è d’accordo?
Se con la domanda intende dire che il movimento Maga sia un movimento reazionario, allora sì. Non è certamente conservatore. Vuole distruggere il presente in nome di un passato immaginario. La parola woke è nata nella comunità nera americana per indicare una consapevolezza politica. L’estrema destra si è appropriato di un termine innocente trasformandolo in un insulto, come del resto ha trasformato la critical race theory, un approccio sottile e accademico alle carenze sistemiche del diritto americano, in una minaccia per i bambini nelle scuole. Ci sono state delle assurdità nel politicamente corretto? Sì, ci sono state. Ma indicare gli eccessi – spesso l’insistenza su una purezza verbale esibita nei media – è una spiegazione politica debole. La disuguaglianza, alimentata da un’ideologia neoliberale che considera il mercato alla stregua di un dio, è in crescita dagli anni Settanta. In questo paese non abbiamo nemmeno la sanità per tutti. Inoltre, l’ascesa di minoranze e donne a posizioni di potere è stata vissuta da molti uomini bianchi come un’umiliazione personale, nonostante non ci sia stata alcuna reale perdita del loro status. I sentimenti di vergogna si trasformano rapidamente in rabbia. Donald Trump ha offerto a queste persone una via rapida per passare dalla vergogna all’orgoglio.
La sinistra è stata accusata di essere diventata sempre più elitaria: la pensa così anche lei?
Sì, se per élite si intende il livello di istruzione, allora è vero che negli ultimi anni gli elettori con una laurea o un titolo di studio superiore hanno tendenzialmente votato per i Democratici. In passato non era così. E’ fondamentale che il partito torni alle proprie radici nella classe lavoratrice. Dovrà farlo riprendendo lo spazio occupato dal Maga, il movimento politico associato a Donald Trump.
Durante la campagna elettorale del 2016, Hillary Clinton ha definito gli elettori di Trump “un gruppo di persone deplorevoli”: a mio modo di vedere un vero errore, perché mi sembra saggio conquistare chiede idee diverse, non insultarli. Lei, come pensa che sia necessario parlare con queste persone? C’è qualcosa che la sinistra non riesce a comprendere di questo mondo?
Confesso che trovo il commento tristemente noto di Hillary Clinton relativamente mite se confrontato con il linguaggio di Donald Trump: le donne sono “ripugnanti”. Sono “cani” e “maiali”. Un vicepresidente in carica è “stupido”, “di basso QI”. I somali sono “immondizia”. Io descriverei questo linguaggio come “deplorevole”. Ovviamente non tutti i sostenitori di Trump sono spregevoli o stupidi, ma qui emerge un fraintendimento fondamentale: l’hate speech non cerca dialogo, non è un tentativo di confronto. E’ violenza simbolica, volta a spaventare e zittire i suoi bersagli. I commentatori dei media piangono costantemente la “polarizzazione”, ma questa divisione è di natura morale e ruota attorno alla crudeltà verso gli altri. Non è il risultato di piccole dispute politiche che possono essere risolte da una task force. Una parte significativa della popolazione negli Stati Uniti sembra aver abbracciato un modello di governo autocratico.
Ritiene che l’idea di “terra degli uomini liberi” di cui parla l’inno nazionale sia a rischio?
Sì. Quando le persone vengono strappate dalle strade da uomini mascherati, quando manifestanti pacifici vengono uccisi dall’Ice o deportati illegalmente, quando gli scrittori devono fermarsi e chiedersi se ciò che scrivono verrà etichettato dall’Amministrazione come “woke”, nessuno è veramente libero.
Secondo lei quale deve essere il ruolo dell’intellettuale in una situazione politica come quella che stiamo vivendo?
Non bisogna cedere, ma unirsi agli altri. Solo i movimenti collettivi, pacifici e di massa hanno il potere di cambiare il mondo.