L’inganno demoniaco di chi rinnega la libertà

La disperazione razionale di Ivan Karamazov mostra come il rifiuto di accettare il mondo possa trasformare la sete di giustizia nella pretesa di rifondarlo, trasferendo l'eventuale regno dei cieli sulla Terra

  


19 SET 26
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(Foto Getty)

Durante un pranzo con il fratello Alëša, prima di raccontargli la straceleberrima parabola del Grande Inquisitore, Ivan Karamazov discute lungamente di quello che sarebbe il suo pensiero su Dio e sulla fede. Dice che è una roba da russi, che solo i russi, e solo i russi giovani, sono così ossessionati dalle verità sempiterne. Che poi bisogna pensare a queste cose entro i trent’anni, perché poi rimane solo lo spazio per dimenticarsene o per spararsi.
Chi pensa in questo modo può essere molte cose ma certo non può essere un ateo. In Ivan c’è un fanatismo spirituale, un bisogno di senso allucinato che si pretende razionale quando invece è interamente accecato dalla volontà di capire ciò che invece dimora, inevitabilmente, nel mistero. Ivan ha un’idea di Dio straordinariamente pretenziosa e, allo stesso tempo, svilente. Se Dio non è comprensibile, allora non è degno di essere amato. In tal senso, si ricorderà l’idea della sofferenza dei bambini che Ivan considera irredimibile. Non potrà mai esserci alcuna rivelazione tanto forte, pensa lui, che possa giustificare la sofferenza di un solo bambino, niente può giustificarla, niente può ricomprenderla in sé e scontarla.
E’ una fede feroce, che però è viziata da una sorta di mania illuministica, ha bisogno della spiegazione. All’inizio della conversazione, infatti, annuncia al fratello che partirà presto per l’Europa anche se sa che là sono tutti morti, ossia che la storia è già passata. Ma che lui piangerà su quelle tombe, su quelle dei philosophes c’è da credere, su quelle di Voltaire, Diderot, Rousseau. Su quest’ultimo, forse, in particolare. Ivan è senza dubbio il personaggio più moderno dei Karamazov, quello che i lettori odierni avvertono più vicino. Il suo apparente razionalismo non è indifferenza, tutt’altro, è anzi un emotivismo talmente radicale, un modo di sentire il mondo talmente profondo da risultargli insostenibile. Il suo presunto nichilismo, che tale in realtà non è, deriva dalla mancanza di una mediazione con il mondo.
Tutto deve essere risolto qui e ora, altrimenti questa è una prova di una fondamentale insostenibilità del mondo. E se poi vi fosse un Dio altrove che guarda e osserva e un giorno salverà, questo non è importante. Perché le sofferenze di qui sono inemendabili. Dice a un certo punto rivolto ad Alëša: “Non è che non accetti Dio, intendi bene questo punto: è il mondo da lui creato, questo mondo di Dio, che io non accetto e non posso piegarmi ad accettare”. Ivan è un ribelle del dolore, non può accettare che nel mondo vi sia la sofferenza. Se anche un giorno tutto trovasse spiegazione in una qualche forma di armonia universale, per lui tutto ciò non varrebbe un bel nulla. Sembra qui riecheggiare la voce di Mersault, lo straniero di Camus, che era un lettore indefesso di Dostoevskij, quando, nell’unico momento in cui appare davvero umano, si scatena contro il cappellano del carcere mentre attende l’esecuzione. Non a caso Camus, nel 1938, prese parte a una riduzione teatrale dei “Fratelli Karamazov” interpretando proprio la parte di Ivan.
Sia come sia, c’è un altro passaggio del dialogo tra Alëša e suo fratello in cui appare con chiarezza come da un pensiero come quello di Ivan, dal fondo di una disperazione apparentemente soave e razionale e assetata di giustizia, ma che poi terminerà in un totale crollo nervoso dato dall’incapacità di accettare il mondo, possano derivare, con le migliori intenzioni, le peggiori idee politiche che vogliono trasferire l’eventuale regno dei cieli sulla Terra: “Quel che occorre, a me, è una sanzione suprema, altrimenti sarò costretto ad annichilarmi. E che sia una sanzione non già nell’infinito, indeterminata nel luogo e nel tempo, ma proprio qui, su questa terra, e che la veda io coi miei occhi”. E’ proprio in questa mania di una teodicea tutta immanente che sta l’inganno demoniaco di chi vuole rinnegare la libertà per scambiarla con la sicurezza in questa vita, che sarà poi il tema al centro del racconto del Grande Inquisitore.