una fogliata di libri
Grace Paley e la voce del mondo là fuori
La prefazione di George Saunders introduce splendidamente alla raccolta di racconti dell'autrice newyorkese, ristampata con due inediti
18 LUG 26

Foto Getty
"Che eredità lascia uno scrittore? Dei modellini in scala. E tutti i tempi sono bui”. Queste parole, che andrebbero scolpite all’ingresso di ogni libreria, le ha scritte George Saunders, quello di “Lincoln nel bardo” e “Un bagno nello stagno sotto la pioggia”, in cui definisce uno scrittore come uno che ha il proprio “spazio inconfondibile”. George Saunders ha scritto anche − da lì è pescata la frase citata − una delle poche prefazioni che ormai valgano davvero qualcosa, cioè non solo il tempo che si impiega a leggerle. E’ di dodici pagine, formato editoriale Big Sur, e introduce l’edizione (splendida e) completa di “Tutti i racconti” di Grace Paley, da pochi mesi uscita in una nuova versione arricchita di altri due inediti, ragion per cui chi, come il sottoscritto, avesse la precedente – quella del 2018 – sarebbe in possesso di un’edizione che andrebbe più correttamente intitolata “Tutti i racconti meno due”.
La prefazione vale eccome, e ce la si trascina dentro a lungo, risuona e rivive. Perché oltre a essere capace di render conto del mondo di Grace Paley, lo fa tenendo conto soprattutto di chi la leggerà. Un movimento opposto a quello consueto, che porta chi scrive prefazioni a elaborare minisaggi accademici anche acuti e forbiti, per carità, una slitta con tutti i campanelli, minisaggi rutilantissimi che però si lasciano leggere da pochi lettori, di solito i già convinti − in sintesi: noiosissime prediche ai già convertiti. George Saunders si tiene al di qua dell’acquitrino magniloquente e non teme di sfoderare la passione. Sì, la passione: quella che un lettore prova quando si innamora di uno scrittore o di una scrittrice, e comincia a parlarne a partire dall’aspetto più difficile da spiegare ma più convincente. “La principale qualità della prosa letteraria”, scrive Saunders, “è la voce”. Quella di Grace Paley, newyorchese di famiglia ebrea ucraina morta vent’anni fa e autrice di tre raccolte per un totale di quarantacinque (quarantasette) impagabili racconti baciati dall’umorismo e dalla vitalità, è molto riconoscibile: tonda, grassa, lucente. Saunders la definisce “scintillante”, questa voce persuasa che il mondo non abbia bisogno di essere rappresentato ma – e qui sta il punto di tutta la narrativa di Grace Paley – “amato di più”.
L’amore, dunque. Non nel senso evangelico, semmai in quello laico, gioiosamente selvatico: amare, del mondo, la sua selvatichezza irriducibilità, amare “con tolleranza ed energia” le sue mille voci stridenti, le tragedie ridicole, i drammi epocali che sconvolgono al massimo un pomeriggio, le piccole meschinità, gli interni notte, i terrazzi, ogni finestra dell’infanzia che è “una bocca di madre che ordina alla strada di fare silenzio”, le soffitte dove si fa l’amore di nascosto e poi si sbraita, gli uomini e le donne che si odiano, sfacchinano e si lamentano. Cosa fanno, nei racconti di Grace Paley, i personaggi di Grace Paley, ossia coloro che incarnano la voce della scrittrice? «Protestano, spiegano, muovono obiezioni”, racconta Saunders. “In Grace Paley si sente l’America cantare ma anche: brontolare, provocare, perorare, rinnegare, parlare di politica, spiegare le proprie condizioni fisiche, giudicare amici, figli e amanti”. La voce di Grace Paley è la voce del mondo là fuori, il suo grande spazio inconfondibile. E’ l’umanità mentre sfacchina, inveisce, vive. Una voce che ha saputo trasformare in canto un cortile, la morte, il tempo buio, e tutto questo immenso e indecifrabile viavai.