Sì, là c’era proprio la Provvidenza

Il giorno del mio orale alla maturità c'erano 36 gradi e non esistevano i condizionatori. Ricordo Montale, Nietzsche e poi Dante. Mi arrendo, avrei voluto dire. Ma la commissaria esterna afferma: il Canto di san Francesco

4 LUG 26
Immagine di Sì, là c’era proprio la Provvidenza

Foto Ansa

Sono andata a vedere: a Milano il 19 luglio 1977, il giorno del mio orale alla maturità, 36 gradi. Me la ricordavo calda, quella notte. Questo non per dire che faceva caldo allora come adesso: quel 36 era la punta massima del mese. Anche alle tre del mattino dunque si doveva essere quasi a 30. Non esistevano i condizionatori. Facevano ammalare, dicevano i vecchi: benché personalmente avrei preferito una malattia l’indomani a un colpo di calore il giorno stesso.
In camera un piccolo ventilatore ronzava come un calabrone. La mia preparazione scolastica era disastrosa. Non so se sudavo più per il caldo, quella notte, o all’idea che mi chiedessero un Canto del Paradiso che nemmeno avevo aperto. Ne lessi quattro, l’ultimo quello di san Francesco, poi mi arresi. Non capivo più niente. Caffè, caffè dalla vecchia moka in cucina. Docce fredde, sognando una broncopolmonite fulminante che mi esimesse dal patibolo. Nemmeno aperto un libro, quell’anno. In assenza di aria condizionata nelle case ci si ingegnava ad aprire le finestre opposte, onde fare corrente. Ma di aria, quel 19 luglio, non un alito.
Sfinita dormii due ore, il gatto in braccio a confortarmi. Ma era già giorno. Un ultimo disperato sguardo alla Divina Commedia – come nuova. E menomale che portavo italiano e filosofia: avessi portato fisica, starei ancora a quel banco. Salutai mia madre come andassi al fronte. Il manubrio della bici, già bollente. Un incidente, magari? Macché. Sana e disperata entrai al Parini. C’era un discreto pubblico, curioso di vedere come me la sarei cavata. Lo scritto era andato bene. Questo, pensai, non mi salverà dal disastro. Ricordo Montale, beh sul “Male di vivere” andavo forte, e poi Nietzsche. E ora, Dante, sorrise la commissaria esterna. Mi arrendo, avrei voluto dire. Ma quella: il Canto di san Francesco. “La c’è, la Provvidenza”, mi dissi, incredula davvero. Se non che poi, pedalando per Milano torrida e vuota, pensavo: matura, e adesso? E ora? E già la rimpiangevo, la mia notte prima dell’esame.