Cronaca immaginaria della scelta delle tracce della maturità 2026

Le tracce dell’esame sembrano nate da una riunione terrorizzata dall’attualità. Il risultato è un catalogo di temi rassicuranti che chiede agli studenti non di raccontare il loro mondo, ma quello che gli adulti sperano abbiano imparato a descrivere

23 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 08:45
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Panico. Questa è la parola giusta per immaginare l’inizio della riunione. Ministero dell’Istruzione, stanza chiusa, cartelline blu, acqua minerale, biscotti con la consistenza del regolamento d’esame. Sul tavolo, la domanda più difficile dell’anno: che cosa chiediamo a mezzo milione di ragazzi che hanno passato cinque anni tra registro elettronico, educazione civica, Pcto, chat di classe, ansia climatica, guerre in diretta e intelligenza artificiale? Il presidente apre i lavori: “Colleghi, dobbiamo scegliere tracce che parlino ai giovani”. Gelo. Un funzionario domanda: “Ai giovani veri o a quelli dei nostri documenti ministeriali, curiosi, partecipi, consapevoli?”. “Quelli veri”, risponde il presidente. Panico raddoppiato. Prima proposta: “L’intelligenza artificiale?”. “Troppo attuale”. “La guerra?”. “Troppo divisiva”. “Il disagio giovanile?”. “Troppo onesto”. “I social?”. “Troppo facile”. “La crisi demografica?”. “Troppo colpa nostra”. “Allora Pavese”. Sospiro collettivo. Pavese è una perfetta soluzione ministeriale: è alto, triste, inattaccabile e soprattutto non può querelare. Qualcuno obietta: “Ma i ragazzi lo capiscono?”. Risposta: “Non devono capirlo, devono analizzarlo”. Approvato. Poi arriva Brancati. Perché? Perché la maturità deve sempre contenere almeno un autore che produca negli studenti la frase più italiana dell’esame: “Questo non l’avevo ripassato”. Un commissario confessa: “Così neutralizziamo anche quelli che hanno visto i video ‘esce sicuro Montale’”.
Applauso. A verbale: “Promuovere il pensiero critico”. Secondo giro: la Costituzione. Qui nessuno discute. Nelle tracce della maturità la Costituzione funziona come il prezzemolo o come Mattarella nei momenti difficili: sta bene su tutto. “Mettiamo Saragat”, propone qualcuno. “Saragat dà solidità”. “E se i ragazzi non sanno chi sia?”. “Meglio: lo scoprono all’esame”. Approvato.
A quel punto serve una traccia moderna. Ma moderna senza esagerare, cioè moderna nel modo in cui la scuola ama essere moderna: parlando di temi attuali con parole che sembrano uscite da una circolare del 1998. “L’errore”, suggerisce qualcuno. Geniale. Si può dire ai ragazzi che sbagliare è importante, che il fallimento fa crescere e che la scienza procede per tentativi. Poi, naturalmente, se sbagliano davvero: meno due punti per coerenza argomentativa. “Una traccia sull’errore”, conclude il presidente, “ma impostata in modo che non possano sbagliare”. Ovazione. Poi arriva la parola magica: confini. “Quali confini?”. “Tutti. Geografici, culturali, digitali, personali, emotivi”. E’ la traccia perfetta: abbastanza contemporanea da sembrare coraggiosa, abbastanza vaga da non costringere nessuno a dire qualcosa di preciso. Resta l’attualità. Ma l’attualità vera è pericolosa: contiene fatti, colpe, responsabilità. Meglio l’attualità disinnescata. “Serve qualcosa di positivo”, dice una funzionaria. “Diamo loro la meraviglia”. Nasce così la traccia sull’incanto. “Cari ragazzi, sapete ancora meravigliarvi?”. Certo che sanno meravigliarsi: quando il prof dice “oggi niente interrogazioni”, quando il registro elettronico
non carica, quando un adulto non comincia una frase con “ai miei tempi”, quando il treno regionale arriva. Infine l’alba. Qui la commissione tocca il sublime sadico. Chiedere a diciottenni insonni di riflettere sull’alzarsi presto è una forma raffinata di crudeltà pedagogica. Per un maturando l’alba non è un’esperienza spirituale: è il momento in cui scopre di aver dormito tre ore, di aver dimenticato la carta d’identità e di non ricordare più se Pavese fosse vivo, morto o innamorato. “L’alba insegna disciplina”, dice il presidente. “L’alba insegna che la scuola comincia troppo presto”, mormora un commissario. Censurato per eccesso di realtà. Alla fine tutti si alzano soddisfatti. Hanno fatto il loro dovere: un po’ di letteratura, un po’ di Repubblica, un po’ di metodo scientifico, un po’ di confini, un po’ di incanto e un po’ di sveglia alle cinque. Hanno evitato i temi davvero esplosivi e scelto quelli che permettono agli adulti di sentirsi profondi senza rischiare troppo. Nessuna traccia dice davvero: ragazzi, raccontateci il mondo come lo vedete voi. Tutte dicono: raccontateci il mondo come noi speriamo che abbiate imparato a raccontarlo. Fuori, intanto, gli studenti entrano nelle aule. Hanno ripassato tutto tranne quello che è uscito. Come sempre. Perché la maturità non misura solo la preparazione. Misura l’abilità nazionale più importante: sopravvivere con dignità a ciò che gli adulti pensano sia formativo per te.