Desideri che si guardano senza parlarsi

Ispirato al comandamento sul nome di Dio, “Jasmine vuole tutto” di Camilla Baresani racconta una relazione fondata sul segreto e sul controllo, dove il desiderio si trasforma in prigionia e la felicità viene sempre rimandata

20 GIU 26
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Non nominare il nome di Dio invano. Non nominare l’inquietudine alla quale ti ha condannata. E non nominare mai una serie di altre cose: la tua ingenuità, la tua manipolabilità di fronte alle cose, agli oggetti, ai feticci di una vita accessoriata, promettente, dove tutto è lustro, facile e privo di contrappassi.
Camilla Baresani, con il romanzo “Jasmine vuole tutto” (Rizzoli, 104 pp., 13 euro), scrive il capitolo relativo a “Non nominare il nome di Dio invano” nella collana sui Comandamenti affidata a dieci scrittrici italiane e curata e ideata da Gloria Giorgianni. E fa bene il suo mestiere come sempre, con la levità che maschera il tragico, la capacità di eliminare ogni attrito dalla prosa ma con la lama del coltello che fa capolino qua e là tra le pagine, lama sfoderata a pochi passi dalla fine quando, in odor di redde rationem, tutto si confonde e si mescola, e si fatica a capire chi è più ingannato da sé stesso e chi più dall’altro. Questa ambiguità è il valore della storia, e Baresani va ringraziata per perseguire un’idea di scrittura che rispetta tanto il lettore e per non averci inflitto l’ennesimo ego che guarda il mondo sub specie patologica, da pulpiti addobbati di attualità e partiti presi di cui la narrazione è solo una meccanica conferma.
La storia: Jasmine è rumena, italiana dall’età di sei anni ossia quando sua madre l’ha presa con sé. Lavora per un centro di cosmesi. Un giorno, a casa di una cliente facoltosa che lei tratta a domicilio, conosce Sergio, suo marito, in arte (fedifraga) Sergio Giovanni. Si attraggono. Lui la piazzerà su un piedistallo sessuale e in un bel bilocale sul lago, le metterà a disposizione una capacissima carta di credito e una serie di illusioni sul futuro, pregandola di aspettarlo mentre la moglie – incinta, come Jasmine sa bene – porta a termine l’infausta gravidanza, traguardo dopo il quale, lui giura, farà di lei la propria donna agli occhi del mondo.
E il mondo per Jasmine è il futuro, un giudizio di approvazione esistenziale, una promessa, un baluginio, per continuare a far brillare il quale deve adattarsi a una sola condizione: tacere. “Non parlare mai, proprio mai, di noi. Per gli altri, noi due insieme non esistiamo. Stai zitta con tua madre, con le amiche, con chiunque se non vuoi che finisca male. E vedrai, ti farò felice”. Ma intanto Sergio Giovanni la fa muta. Del resto ogni cosa ha il suo prezzo, soprattutto un futuro insperato. La ricopre di oggetti, scarpe, borse, biancheria intima di pregio, e lei se ne sta in solitudine a scolarsi un tutorial via l’altro nel “residence delle mignotte ad aspettare il bugiardo”, con la volatile compagnia della vicina Esmeralda, colombiana freddolosa & semprenuda, che si esibisce su Onlyfans in contorsioni ginecologiche da cui ricava da sopravvivere (ma è colombiana davvero?).
La storia scritta da Baresani è il labirinto di Jasmine, dalla Romania con ingenuità e grandi vuoti, sotto ricatto di un amante e sotto ricatto della moglie incinta dell’amante, perché la moglie, alla fine, non è altro che Sergio Giovanni rovesciato: la stessa impotenza che deve trasformarsi in vendetta.
“Jasmine vuole tutto” è un romanzo breve su due desideri che si guardano senza parlarsi mai davvero. E sul senso del possedere e del farsi possedere, mentre si danno alla realtà nomi ingannevoli pur di guadagnare l’illusione che, nella nostra storia, esiste un Dio che ha scelto proprio noi.