Guida alla comprensione della Russia di Putin

Nel suo nuovo libro, Gian Piero Piretto analizza "20 parole russe al servizio della propaganda" che sono fortemente radicate nel mondo culturale da cui provengono e traducibili quasi soltanto con parafrasi. Da Prostór a Stránnik, da Toská a Smirénie

Immagine di Guida alla comprensione della Russia di Putin

Foto LaPresse

Gian Piero Piretto ha appena pubblicato da Cortina un libro che in Italia andrebbe regalato a tutti: “Il paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda”. Sono parole fortemente radicate nel mondo culturale da cui provengono, e quindi traducibili quasi soltanto con parafrasi: da Prostór a Stránnik, da Toská a Smirénie, da Póšlost’ a Bátjuška, da Stabíl’nost’a Rússkaja dušá (l’anima russa). Con un gesto che ci fa intravedere di scorcio una storia millenaria, Piretto si sofferma sull’humus da cui emergono e sulle sfumature dei loro significati, reagendo così all’ortopedia di Putin e Dugin, ossia alla contraffazione sistematica dei nomi e alla fissazione artificiosa di identità mobili. Come ogni ideologia del genere, anche quella del filosofo del Cremlino si basa su una retorica dei valori tradizionali che ne trucca il cadavere con un macabro kitsch (in russo póšlost’: degrado anche morale, secondo la formula di Broch). Ciò che è un complesso “campo di tensioni” viene così ridotto a vuoti slogan, attraverso un processo speculare a quello della cancel culture anglosassone. Mentre nella prima Urss si tentò di fare tabula rasa del passato, oggi lo si riscrive ricalcando un paradigma staliniano.
Tutto ciò avviene in una Federazione Russa che se da una parte è all’avanguardia nell’uso manipolatorio dei nuovi media, dall’altra si regge su un’adesione rurale al regime che, col suo culto dei monumenti e il suo didascalismo moralizzatore, richiama il fascismo di cent’anni fa. Il quadro di Piretto ci ricorda alcune analogie tra i caratteri storici russi e quelli italiani: complesso di inferiorità e di superiorità; ombra della missione escatologica; identificazione con la tradizione culturale, più che con la politica; modernità come degrado burocratico; mitizzazione del popolo da parte di intellettuali sradicati. Anche le discussioni che discendono dall’eterno dibattito tra occidentalisti e slavofili, la concezione eurasista e il vagheggiamento di una comunità organica opposta al liberalismo hanno i loro equivalenti a Roma. Quanto alle idee tipicamente russe, l’autore descrive bene la loro ambiguità o ambivalenza. Il mito del sacrificio e della sopportazione ha due facce, entrambe potenzialmente servili: la resa a una deriva oziosa, femminea, orizzontale come il prostór, ovvero la distesa smisurata della steppa, ma anche la spietata mobilitazione patriarcale e militare – e in mezzo sta la smirénie, un’umiltà devota che contrasta con il cosiddetto decadentismo prometeico dell’occidente. La grande anima russa, opposta agli europei calcolatori, può approfondire i legami umani o alienarli senza limite: nel suo regno la brutalità si rovescia in generosità, l’abiezione in redenzione, e viceversa. E’, potremmo dire, il complesso di Marmeladov. Ma allo stato puro quell’anima dilatata (lo spirito del pellegrino errante stránnik o del folle in Cristo juródivyj) ha come avversari sia la razionalità “pietroburghese” sia il fantasma dell’antica Russia organizzata da Kirill e dal bátjuška Putin su un intreccio filisteo di “ortodossia-patriottismo-stabilità statale”.
Il suo póšlost’ non è più la paccottiglia americana degli anni ’90 o il vintage sovietico, ma un pop di guerra. Alla toská o chandrá, ossia alla Sehnsucht o allo spleen della tarda Urss, si sostituisce un’atmosfera noir: oggi i referti agrodolci dell’est europeo come “Goodbye Lenin” si allontanano in fretta, e si riavvicinano con passo sinistro le trame alla “Gorky Park”. A libro chiuso ripenso al giovane Kundera. Dopo l’invasione sovietica a Praga, costretto a campare con gli adattamenti per il teatro, si concentrò su Diderot. Lo scelse anche contro Dostoevskij, il cui sentimentalismo prepotente gli ricordava troppo quei soldati russi che non volevano solo essere ubbiditi, ma persino amati.