Lettera da una mattina di maggio
L’antidoto alla nostalgia: lo stupore
In fondo alla via vedo un unico solitario fiore, bianco e viola. Strano: ha una forma da astronave. Due vistosi pistilli, come antenne spaziali. Resto immobile a guardarlo: la fantasia di Dio non smette di meravigliarmi
23 MAG 26

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12 maggio. Di cieli come questo, a Milano se ne vedono pochi. Cielo terso, gonfio di vento e di mute promesse. Al mercato i tendoni si gonfiano come vele di vascelli, i primi abiti estivi sventolano dalle grucce. Colorati e leggeri ammiccano alle donne, che si fermano a guardarli. Un cielo così puro a Milano ti costringe a uscire, e coraggiosamente a inoltrarti per vie una volta abituali. Una volta: quando a Santa Maria presso San Celso, in corso Italia, con il passeggino giravo nel deambulatorio attorno alla navata, adagio. Il bambino incantato dalla fiamma tremula delle candele, e io in pace, finalmente, in quella penombra uterina. Meravigliose mattine. Passate.
Anche il passato, ha detto Benedetto XVI, può diventare un idolo. Tuttavia stamattina il cielo è troppo bello, e occorre andare. Al Ticinese, dove alla fiera di Senigallia nel vociare della folla ritrovavi la tua bici rubata. Che silenzio, ora. Il campanile di Sant’Eustorgio svetta nel blu dell’orizzonte. Lì mi sono sposata, lì è stato battezzato il primo figlio. Distolgo lo sguardo, alla prima fitta di dolore.
Ma in fondo alla via, a una cancellata, mi blocco, stupita. Un unico solitario fiore, bianco e viola. Strano: ha una forma da astronave. Due vistosi pistilli, come antenne spaziali. Resto immobile a guardarlo: la fantasia di Dio non smette di meravigliarmi. Ecco l’antidoto alla nostalgia: lo stupore, lo thauma degli antichi. Lo stupore si tramanda: a me lo ha insegnato mia madre, davanti alle faglie rosa della Dolomiti (“Sono fatte di conchiglie di tanto tempo fa”, mi diceva. Io, sbalordita. Tanto tempo fa? Ma il tempo, cos’era?)
Stupore per questo fiore, raro a Milano. Passiflora, mi è tornato in mente il nome. La passiflora solitaria si dondola al vento. La lascio con rammarico. A casa, impigliato nei capelli trovo un seme, come un chicco di riso. Seme di chissà cosa. Lo interro in un vaso sul balcone, lo annaffio. Attendo che germogli. Chissà chi è, il seme regalato dal vento di una mattina di maggio.