Scrittori fra lucidità e subconscio

Un anno di insonnia scatenata da un lutto descritta nel memoir "Le infinite notti" di Samantha Harvey tra ricostruzioni irreali ma credibili 

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11 APR 26
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Sono le tre o le quattro del mattino, anzi, sono sempre le tre o le quattro del mattino nel memoir Le infinite notti che Samantha Harvey dedica al proprio anno di insonnia (NNE, 209 pp., 18 euro). Scatenata da un lutto – non così prossimo, abbastanza però da dischiudere un abisso che si affaccia su tutte le morti, compresa quella che l’autrice paventa per sé – la lunga traversata di notti in bianco e giorni di stanchezza insostenibile contiene, come accade quando non si dorme, rivelazioni che trovano senso da lucidi. Da scrittrice, pertanto, scompone quel tempo che si dilata all’infinito fra le tre e le quattro fino ad accorgersi che il subconscio prende tasselli della vita conscia e li rimonta in costruzioni credibili ma irreali, allo stesso modo in cui lei, quando scrive foss’anche il più semplice dei racconti, prende tasselli della vita conscia e li rimonta in costruzioni credibili ma irreali. La scrittura non è come il subconscio; la scrittura è il subconscio. Samantha Harvey, che immagino con gli occhi sbarrati nella penombra di casa sua a Bath, scopre tutt’a un tratto che scrivere “è sognare a mente lucida – il lavorio del subconscio che ha un piede nella coscienza, quel tanto che basta per imbrigliare la natura ribelle del sogno”. Le avrebbe dato ragione Luigi Malerba, che a capodanno del 1979 prese la decisione di trascrivere per dodici mesi i sogni di ciascuna notte, febbrilmente, al mattino prima di mettersi a scrivere altro; ne venne fuori il Diario di un sognatore (Mondadori, 235 pp., 14 euro) in cui scrisse: “Se è vero che le strutture del linguaggio riproducono i fondamenti della conoscenza, il sogno è un anacoluto che si inserisce di prepotenza nel discorso, lo prolunga e lo dilata nell’area dell’immaginario”. A riprova di questa interconnessione fra subconscio e scrittura, Malerba si accorse che l’intenzione di trascrivere i sogni lo indusse a sognare con più frequenza e intensità, così da poter scrivere (deformazione professionale) più pagine. Joyce desiderava solo, secondo una celebre citazione, “un lettore ideale affetto da insonnia ideale”. Sbagliava. A dormire sempre a occhi aperti, a navigare fra lucidità e subconscio, dev’essere lo scrittore.