Tra i più significativi epistolari, ecco “Autoritratto”, lettere di François Truffaut, Einaudi (elaborazione grafica di Enrico Cicchetti) 

Una fogliata di libri

Cari intellettuali, leggetevi le lettere di Truffaut

Marco Archetti

Molti epistolari fanno parte della nostra educazione sentimentale. Tra i più significativi, “Autoritratto”. Le lettere del regista francese ci raccontano che il ruolo di un intellettuale è quello di coltivare dubbi e di lavorare, al massimo, per elaborare una “lucidità dell’incertezza”

    Mail, tweet, sms. Vien da chiedersi come si farà tra una cinquantina d’anni – o anche prima, chissà – quando la consuetudine epistolare, genere privato ormai estinto, non offrirà più la possibilità agli editori di rendere pubbliche le parole intime scritte tra due interlocutori di genio. Eccetto quelli già pubblicati, il pozzo sarà prosciugato e gli autori, gli scrittori, gli artisti che oggi lavorano e si esprimono, si saranno espressi solo con il proprio lavoro. Il che forse non è del tutto un male (seppur questi apparati siano tali solo a posteriori) ma è innegabile che ci impedirà di apprezzare le mille virtù della distanza – parola chiave della contemporaneità e forse del futuro –, le traiettorie sconosciute di opere che conosciamo, e tutta la caterva di debolezze, insospettate vitalità, battaglie segrete, ripensamenti, vanità, cattiva digestione e private virtù di molti scrittori e artisti che amiamo.

     

    Certo, a corto i nostri posteri non resteranno, ci saranno sempre i carteggi di Spinoza, lo scambio Fellini-Simenon, le lettere di Osip Mendel’stam, ottant’anni di sodalizio quasi mai in presenza tra Strauss e von Hofmannsthal, le lettere di Cicerone sulla crisi della Repubblica, Theo e Vincent van Gogh, Dalì e Lorca, Hesse e Mann, Parigi nelle conversazioni tra D’Annunzio e Debussy, le spiritosaggini sessuali di Mozart, la vita attraverso le lettere di Anton Cechov o di Fryderyk Chopin… e poi tutto sommato tragedia vera non sarà, molti epistolari sono una noia mortale oppure risultano appaganti solo per il lettore pettegolo che abbiamo, comunque, il diritto di essere. Ma molti no.

     

    Molti epistolari fanno parte della nostra educazione sentimentale. Tra i più significativi, “Autoritratto”, lettere di François Truffaut, Einaudi Supercoralli 1989. Oggi se ne trovano solo edizioni usate qua e là, ed è un vero peccato, innanzitutto perché il libro giustifica il titolo: da epistolario ad autoritratto un balzo c’è, ma l’arco cronologico coperto è tale che in quelle pagine ci sono un uomo e tutta la sua vita – si comincia con una lettera del 1945, col regista ventitreenne (“Caro Robert, ho ricevuto con gran piacere i tuoi due pacchi, Balzac è in salvo”), e si finisce con uno scritto del 1984, otto mesi prima che morisse (“Mi è piaciuto molto il film di Fellini sulla nave”). E poi perché Truffaut è stato uno dei registi che si sono più formati attraverso la letteratura, e le sue pagine traboccano di liste di romanzi amati e di opinioni sui tanti libri letti – si scopre che, per lui, “Lo straniero” di Camus era inferiore a un qualunque romanzo di Simenon.

      

    L’occasione che questa raccolta ci dà è anche quella di assistere alla nascita e allo sviluppo di una coscienza estetica e poetica, e all’elaborazione sempre più precisa di ciò che, approfittando degli interlocutori, Truffaut amava raccontare (anche questo sono gli epistolari: alibi), di tutti i come e i perché di una personalità determinatissima ma sempre capace di custodire un bel gruzzolo di dubbi: in primis, per quanto sia comico, quello di non essere poi questo gran regista (lezione 1). Ciò che colpisce nelle parole scritte di Truffaut è la grande disponibilità a lottare per esprimersi e per guadagnarsi il diritto di farlo senza mai, mai, mai dare per scontato che il mondo fosse in dovere di concederglielo (lezione 2).

     

    E anche la sua dimensione politica: un Truffaut con le idee chiare, ma convinto che indossare l’armatura del cavaliere senza macchia fosse patetico e non congeniale. E che (lezione 3), in una lettera a Jean-Luc Godard datata giugno 1973, scriveva: “Non faccio mai grandi affermazioni perché non sono mai tanto sicuro che sia giusto anche il contrario”. Mai lezione fu più smentita: ogni giorno, in un’imbarazzante corrida assertiva, scrittori di ogni risma imperversano sui giornali rivaleggiando coi virologi, i sociologi e i politologi in vanità e vuoto, mitragliando con la sparachiodi giudizi sul governo, sentenze sull’umanità e sull’economia, tutti predicozzi atrabiliari condotti con l’unico criterio di chiamarsi fuori e di far tuonare dall’Alto gragnuole & geremiadi.

     

    Le lettere di Truffaut ci raccontano, invece, che il ruolo di un intellettuale è quello di coltivare dubbi e di lavorare, semmai, al massimo, per elaborare una “lucidità dell’incertezza”. Di prendere cioè atto del buio – il proprio, innanzitutto – e di descrivere cosa significhi esserne immerso, reimmaginandolo, anche se già esiste, grazie alle forze cognitive di una debolezza allenata alla consapevolezza. Trovando sempre nuove domande. E togliendo a tutti tutte le risposte.