recensioni foglianti

Il sogno di Jakov

Alessandro Moscè

Ci sono vite che non si conoscono mai del tutto e che affiorano come oggi non succederebbe più: attraverso le missive, il cartaceo che consente di mantenere un dialogo umano, di raccontare un ideale perduto, di amarsi a distanza, seppure con difficoltà. Ma anche di scoprire cosa accadde a una generazione vissuta antecedentemente a quella di chi legge. La grande scrittrice russa Ludmila Ulitskaya compie un lavoro di repechage quando Nora, scenografa sin da bambina, madre di un figlio che cresce da sola, apre un baule e scopre, nelle lettere della madre di sua madre, un altro mondo. La nonna e il giovane fidanzato, in una Russia che precede la rivoluzione che portò alla fine dell’Impero russo e dunque alla guerra civile (siamo nel 1910) appaiono disarmati, talmente complici da vuotare l’anima e da consegnare all’altro un insieme di vite che non investe solo la persona, ma il bene comune. Scrive Jakov, il nonno: “Non riuscirei mai a vivere da solo. Amo la società. Solo in società sono vivo, allegro, arguto. Io non riesco affatto a figurare il mio futuro senza società. Sogno una società dove io sono il centro”. Queste lettere sono un evento in sé, sociopolitico, nell’intermezzo degli studi di economia e della passione per la musica di un ragazzo inquieto. Il fondamento del romanzo è il continuo divenire, mentre Ulitskaya allinea le giornate in blocchi: i grandi scrittori, la preparazione degli esami, i concerti sono il pretesto della rivelazione di attimi concitati, perfino del pianto quando morirà Tolstoj lasciando un incolmabile vuoto. La “malinconica ansia” di Marusja, la nonna di Nora, cresceva durante l’inerzia casalinga. Se prevaleva l’idea di un’umanità migliore, le cose cambiavano radicalmente. Erano il sapere, le lezioni, la filosofia, la psicologia, l’attività educativa e illuminista che la facevano sentire parte di un progetto e davano un effetto stereoscopico, di ritorno benefico. Le lettere di Marusja, comunista e femminista, moltiplicano eventi e destini, conoscenze, riflessioni nate dal confronto, dal significato della libertà morale. In fondo l’esistenza di Jakov e della nipote si assomigliano, specie nella durezza del carattere e nella pazienza di aspettare un domani dominato dal coraggio e dall’indipendenza. Per capire l’intensità dalla quale scaturisce Il sogno di Jacov, bisogna conoscere la biografia dell’autrice. I nonni di Ludmila Ulitskaya sono stati internati nei gulag e la scrittrice ha vissuto la repressione per aver copiato a macchina un libro censurato. Ognuno sceglie da sé il modo di pensare, ha dichiarato, specie di fronte ai fatti traumatici. Il romanzo è epico perché fa incontrare ben quattro generazioni in un territorio prima in mano allo zar e poi alla dittatura del popolo entrato in guerra contro il volere dei contadini. Nei segreti di famiglia rimangono un amore tormentato e un passato mai lieve. “Il matrimonio non si regge sui francobolli. Vieni qui”, scriveva Jakov a Marusja, che si recò a Mosca a trovare il marito imprigionato perché ribelle. Le mancava ogni segno di riconoscimento e i desideri erano del tutto evaporati. Jakov, invece, non si scoraggiò mai. L’assenza fisica della sua donna era il solo ostacolo per chi preservava un innato senso di giustizia.

 

IL SOGNO DI JAKOV
Ludmila Ulitskaya
La nave di Teseo, 605 pp., 24 euro

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