7 ottobre: cosa accadde quel giorno

Cosa rivelano le testimonianze delle vittime dei massacri e come l’attacco di Hamas è stato una svolta nella storia della propaganda
12 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 09:07
Immagine di 7 ottobre: cosa accadde quel giorno

Foto ANSA

"A oggi sono stati pubblicati otto rapporti ufficiali sui massacri del 7 ottobre da parte di sette organismi internazionali: la Corte penale internazionale, Human Rights Watch, Amnesty International, il Progetto Dinah, l’Association of Rape Crisis Centers e l’Onu (che, da sola, ne ha prodotti due: quello della Commissione internazionale indipendente e quello della commissione della Rappresentante speciale dell’Onu Pramila Patten)” scrive sul Point Marc Weitzmann. “Pubblicato lo scorso maggio, il meno citato – forse perché è il più recente o perché si crede di sapere già tutto – è il risultato di due anni di ricerche condotte dai gruppi di lavoro della Commissione civile sui crimini e gli omicidi di Hamas, un organismo indipendente creato dalle avvocatesse israeliane specializzate in diritto internazionale Cochav Elkayam-Levy e Merav Israeli-Amarant, con la collaborazione dell’ex ministro della Giustizia ed ex portavoce per i diritti umani del governo canadese Irwin Cotler. La Commissione ha esaminato in modo sistematico 10.000 foto, 1.800 ore di materiale video, compreso quello di Hamas, diverse centinaia di trascrizioni di testimonianze, e ha condotto oltre 430 colloqui diretti con sopravvissuti, testimoni, familiari ed esperti. Sebbene sia ancora incompleto a causa della riluttanza dei testimoni, ancora sotto shock, a parlare, si tratta del documento più dettagliato oggi disponibile, quello che permette di comprendere e quasi di percepire in parte la natura di ciò che è accaduto quel giorno nel sud di Israele. La mutilazione delle parti genitali delle vittime, in particolare delle donne, è stata sistematica. Quelle che non sono state ritrovate con oggetti o proiettili nella vagina sono state rinvenute con il bacino fratturato, l’intera zona genitale bruciata con ciò che il rapporto definisce “un accelerante”, o addirittura il corpo tagliato a metà. Questo è uno dei due punti su cui i medici legali continuano a soffermarsi nelle loro testimonianze. Il secondo riguarda i proiettili negli occhi delle donne. Come afferma una delle dottoresse interrogate: “Sembra che la mutilazione del volto di queste donne fosse uno degli obiettivi dei loro omicidi”.
Se gli uomini sono stati umiliati, violentati e castrati, i genitali e gli occhi delle donne costituivano l’ossessione principale dei jihadisti
Mentre gli uomini sono stati umiliati, violentati, a volte castrati, i genitali e gli occhi delle donne costituivano l’ossessione principale dei “jihadisti”. Ci vorrebbe un articolo a parte per parlare delle testimonianze degli ostaggi davanti alla Commissione. Tutte insistono sulle aggressioni sessuali quotidiane, spesso accompagnate da torture subite durante i mesi di detenzione, anche da parte del personale sanitario. Perché nel mondo del 7 ottobre, il bianco è nero e il nero è bianco – i segni delle cure e della tortura sono invertiti: l’ospedale Al-Shifra, il più grande complesso ospedaliero di Gaza, è stato teatro di almeno uno stupro di gruppo e di un omicidio particolarmente raccapricciante; diversi infermieri hanno portato nelle loro famiglie le ferite, che sono state utilizzate per mesi come schiave domestiche e sessuali. Ma torniamo alla giornata del 7 ottobre, quando iniziano a circolare le prime immagini provenienti dai telefoni delle vittime e dalle videocamere GoPro degli assassini. Sui social, un tweet dell’account “ABIER” diffonde una foto destinata a diventare famosa: il volto angosciato di una giovane donna in primo piano in mezzo a un gruppo di giovani allo scoperto che corrono per fuggire dal festival musicale Nova. La didascalia, in inglese, vuole essere beffarda: “Gli ‘abitanti indigeni’ fuggono dalla loro ‘terra ancestrale’”. A Parigi, l’immagine viene ripubblicata lo stesso giorno con un commento impulsivo firmato da Muzna Shihabi, moglie del giornalista Benjamin Barthe – allora caporedattore delle pagine dedicate al medio oriente del quotidiano Le Monde: “Ottobre 2.0 o come i coloni sono legati a questa terra”. “Anche invocando Dio, non funziona”. (La signora Shihabi è inoltre ricercatrice presso il Cerpa, un istituto con sede in Francia e finanziato dal Qatar.)
Se l’11 settembre ha inaugurato il primo quarto di questo secolo, il 7 e l’8 ottobre hanno dato inizio al secondo quarto
Questo tweet preannuncia le manifestazioni di entusiasmo che avrebbero sconvolto il pianeta già dal giorno successivo, da Sydney in Australia ai campus americani, passando per Parigi, Londra, Berlino, Madrid etc., manifestazioni analizzate da Eva Illouz nel suo opuscolo “8 Octobre. Généalogie d’une haine vertueuse” e che costituiscono forse l’elemento più nuovo dell’evento. Cosa sapevano i manifestanti di ciò che era appena accaduto – ma anche: cosa significa “sapere” in questo contesto senza precedenti? Il 7 ottobre segna una svolta dal punto di vista della storia della propaganda. Come è noto, durante l’intera giornata, Hamas ha trasmesso in diretta le immagini meno cruente degli omicidi sui propri canali Telegram ufficiali, lasciando al contempo che i propri “combattenti” pubblicassero i video più sadici su account non ufficiali o privati. Questa strategia trasformava il terrore puro in una narrazione a due vie. Permetteva agli autori di violenze estreme di negare ciò che stavano facendo proprio nel momento stesso in cui lo mostravano, lasciando all’opinione pubblica il compito di scegliere la propria versione, ovvero di rendersi o meno complice degli assassini. La domanda che sorge spontanea è quindi la seguente: in che misura il sadismo di massa messo in atto quel giorno sarebbe stato possibile senza l’operazione di comunicazione globale che ne è seguita il giorno dopo, ovvero senza i partiti politici di sinistra e i media internazionali che ne sono diventati i portavoce più o meno volontari, e sui quali Hamas sapeva di poter contare? Un libro pubblicato questo mese negli Stati Uniti, “The Hidden Hand”, dell’avvocato canadese Warren Kinsella, mostra come questa strategia fosse stata preparata da Hamas ben prima dell’operazione attraverso migliaia di account aperti sui social media e la preparazione di linee guida comunicative in diverse lingue – con l’Iran e il Qatar tra i principali finanziatori di manifestanti retribuiti, organizzatori professionisti e lobbisti. A Sciences Po Parigi, che sarebbe diventata uno degli epicentri mediatici della solidarietà pro-Hamas in Francia, Khaled Abu-Qare, uno studente dell’Università di Birzeit iscritto all’inizio del primo semestre del 2023, ha aperto la sede del movimento Students for Justice in Palestine (Sjp) tre giorni prima dei massacri; il primo comunicato dell’Sjp è stato diffuso l’11 (…). Sabato 26 settembre, il Times ha rivelato che Mr X, un ex’guardia del corpo del leader di Hamas Ismael Haniyeh, la cui identità rimane protetta per motivi legali, ha ottenuto lo status di rifugiato in Inghilterra, dove si è sposato ed è diventato padre di famiglia. Mr X, attualmente ricercato, ha approfittato della sua posizione per recarsi in Turchia, in Qatar e a Vienna al fine di pianificare un massacro su scala continentale che avrebbe preso di mira diversi luoghi di culto ebraici in Europa. Il bagno di sangue previsto per il secondo anniversario del 7 ottobre, lo scorso ottobre, è stato sventato dalla polizia tedesca. Se l’11 settembre ha inaugurato il primo quarto di questo secolo, il 7 e l’8 ottobre hanno dato inizio al secondo quarto. In quei giorni si è messo in moto qualcosa che continua ancora oggi e che sta plasmando il nostro futuro”. (Traduzione di Mauro Zanon)