Che cosa è successo l’11 settembre di 25 anni fa

A 25 anni dall’attacco alle Torri Gemelle, Peggy Noonan sul Wall Street Journal torna a raccontare ciò che non si può elaborare né dimenticare: la storia che ha spezzato un’illusione e lasciato nel tronco dell’America un anello che non andrà mai via

7 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:11
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“Non me ne farò mai una ragione, come nessuno di noi che quel giorno era in città”, scrive Peggy Noonan nel Wall Street Journal. “Se fossimo alberi abbattuti dopo un secolo e aperti per rivelare gli anelli, un arboricoltore ne osserverebbe uno più scuro degli altri, più denso e segnato dalla resina, e direbbe: ‘Cosa è successo lì?’. E tu risponderesti: ‘Quello è stato l’11 settembre’, e lui annuirebbe, perché anelli del genere li ha già visti. Ora sono passati 25 anni, e forse questa sarà l’ultima volta che scrivo di ciò che accadde, e chiedo la vostra indulgenza perché ho passato gran parte della settimana scorsa a rileggere quello che ho scritto negli anni, e ho visto tutte le cose che ho pensato. Ho scritto dell’11 settembre e dei temi che lo accompagnavano ogni settimana per un anno; sentivo che i miei lettori e io lo stavamo elaborando insieme. Due giorni dopo l’11 settembre – prima che avesse un nome, e la gente lo chiamava ‘quello che è successo’, come in ‘pensano che sia morto in quello che è successo’ – scrissi un pezzo intitolato ‘Quello che ho visto nella devastazione’, in cui dicevo che gli americani stavano vivendo la fine dell’illusione ‘che noi gente ricca e potente saremo tenuti al sicuro dal nostro status, dalla ricchezza e dalla fortuna’. La Storia aveva bussato. La column del decimo anniversario, nel 2011, riguardava ciò che dobbiamo ai morti, cioè la memoria stessa. L’11 settembre mio figlio di quattordici anni era al secondo giorno in una nuova scuola proprio dall’altra parte dell’East River rispetto alle torri. Le linee telefoniche erano cadute, non riuscivo a raggiungerlo né lui me, ma quel pomeriggio è riuscito a passare, da una cabina a Brooklyn, una fila di studenti in attesa dietro di lui. Mi ha assicurato che era al sicuro, ha detto che c’erano voci dappertutto, cosa sappiamo davvero? L’ho aggiornato e all’improvviso ho sentito qualcosa di soffocato, la sua mano sul microfono. Quello che gli stavo dicendo lo avrebbe trasmesso giù per la fila agli altri studenti. Non è tornato a casa quella notte, quel ragazzo di quattordici anni, ma è rimasto, con altri studenti, nella casa di Brooklyn di un insegnante. La mattina dopo ha preso una linea della metropolitana per tornare a casa a Manhattan e il treno è emerso da un tunnel e ha cominciato a curvare verso nord. A quel punto, gli è stato detto, i passeggeri avrebbero sempre guardato a sinistra, solo per un secondo, alle torri e al luccichio del centro di Manhattan nella luce del sole. E quella mattina tutti si sono girati come al solito, e hanno visto la nuvola di detriti dove c’erano le torri. E da tutti nel vagone è uscito un sospiro collettivo soffice, un gemito, un ohhhhhhh. C’era un uomo grosso, un sindacalista, tosto, in piedi in mezzo al vagone, e ha guardato con tutti gli altri, e poi si è abbassato su un sedile e ha cominciato a piangere. Quando mio figlio me l’ha raccontato, ho pensato alla storia del 50esimo anniversario di Gettysburg, il 3 luglio 1913. I partecipanti ancora in vita, settantenni e ottantenni, vennero con le vecchie uniformi. Fu enorme: 50 mila tornarono. I vecchi confederati uscirono dalla linea degli alberi e cominciarono a salire il lungo pendio. I soldati unionisti li aspettavano al famoso recinto di pietra, e quando videro i confederati faticare nella loro carica destinata alla sconfitta, i soldati unionisti emisero un suono — un ohhhhhhh, ‘un gigantesco sospiro di incredulità’, come lo definì David McCullough in The Civil War di Ken Burns. Era un suono di pietà e meraviglia, un suono che diceva: questa non è solo storia, è tragedia umana. I soldati unionisti si trovarono incapaci di ricostruire la loro sconfitta. Li abbracciarono. E’ così che mi sento ora, al 25esimo anniversario, quando qualcuno racconta una storia di quei giorni, dell’11 settembre e dei suoi coraggiosi. E ora sono passati tanti anni e il figlio ha un figlio e ne aspetta presto un secondo e la vita continua e ti riempie. Ma non mentire mai sulle cose che ti spezzano il cuore. Non me ne farò mai una ragione, nessuno di noi. La linea nel tronco dell’albero, l’anello scurito, non andrà mai via. E di tanto in tanto qualcuno dirà: ‘Cosa è successo lì?’ e tu glielo racconterai”.
(Traduzione di Giulio Meotti)