Sánchez, l’antioccidentale

Il romanziere algerino Daoud racconta come il premier spagnolo è diventato l’idolo del mondo arabo (c’entrano anche i suoi guai giudiziari)

27 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 12:15
Immagine di Sánchez, l’antioccidentale

Foto LaPresse

Da Gaza agli stadi, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez sta costruendo la sua immagine di eroe palestinese. Una posizione comoda in un momento in cui gli scandali stanno minando il suo potere, scrive lo scrittore franco-algerino Kamel Daoud, editorialista del settimanale Le Point. Daoud ha vinto il premio Goncourt du premier roman per “Mersault, contre-enquête” (Actes Sud). Il suo ultimo romanzo è “Houris” (Gallimard), grazie al quale ha ottenuto il premio Goncourt. Con l’accusa di aver violato in “Houris” la cosiddetta “legge sulla riconciliazione nazionale” che vieta di parlare del “decennio nero”, la sanguinosa guerra civile tra i militari e gli islamisti che ha funestato il paese nordafricano dal 1992 al 2002, il tribunale di Orano, lo scorso aprile, lo ha condannato a tre anni di prigione. “Ecco il titolo di uno dei principali quotidiani arabi: ‘Perché il cuore degli arabi è incline a tifare per la Spagna nella finale dei Mondiali del 2026?’. Era prima della conclusione della competizione, ma si respirava già nell’aria: la Spagna come musa ispiratrice degli “arabi”, dei musulmani e quindi dei palestinesi, degli abitanti di Gaza, intrappolati nella lotta per la sopravvivenza tra Hamas e Israele.
Le squadre arabe, otto in questa edizione dei Mondiali (Egitto, Marocco, Tunisia, Algeria, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Iraq), sono state deludenti e a tratti ridicole. Con una sola vittoria all’attivo, la squadra egiziana è servita da pretesto per un’intensa propaganda, come se il clamore mediatico potesse sostituire il risultato sportivo. Per quanto riguarda le prestazioni dell’Algeria o della Tunisia, meglio non parlarne nemmeno: eliminazioni rapide, prestazioni scialbe, nulla che potesse alimentare l’immaginario collettivo. Dal gruppo si distingue ancora la squadra marocchina, con un percorso notevole, come se fosse condannata a essere l’unica a salvare l’onore. L’altro argomento riguarda il gesto del giovane calciatore spagnolo Lamine Yamal. L’attaccante diciannovenne, nato a Barcellona da padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale, sventola la bandiera palestinese sotto lo sguardo di Pedro Sánchez. “La Palestina ha tutto il diritto di esistere”, ha poi commentato il primo ministro, facendo eco al riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina nel 2024. Il gesto di un adolescente diventa un simbolo politico e un’occasione per Sánchez di prendere posizione. Ma non si tratta solo di un messaggio sui social e della foto di un calciatore famoso.
E’ l’intera politica spagnola di sinistra che cerca di conquistare la simpatia araba e i consensi interni. Senza grandi progetti nazionali dalla fine del franchismo, senza lotte se non quelle sociali, non può contare che su questi elementi. Sánchez, un antioccidentale nel cuore dell’occidente? Ci siamo quasi, agli occhi di chi lo critica di più. Il capo del governo spagnolo, che vacilla sullo sfondo di indagini per corruzione o nepotismo, si concentra su tre assi per la sua legittimità internazionale, o quantomeno “araba”. Innanzitutto, la regolarizzazione di quasi mezzo milione di “clandestini”, in controtendenza rispetto alle destre europee. Un decreto reale adottato nel 2026 ha aggirato un Parlamento riluttante per concedere i documenti a coloro che sono arrivati in Spagna prima del 31 dicembre 2025. E poi? Un antiamericanismo che rifiuta alcune alleanze militari atlantiche, respinge le decisioni belliche promosse da Washington, critica la fornitura di armi a Israele e blocca il passaggio delle navi di rifornimento militare dirette verso lo Stato ebraico attraverso i porti spagnoli. Ma c’è di più, la politica anti israeliana si spinge ben oltre: boicottaggi sportivi e culturali, discorsi radicali, volontà di rompere il partenariato Ue-Israele, abbassamento del livello delle relazioni diplomatiche, riapertura dell’ambasciata spagnola in Iran… Una politica dura, radicata in una storia spagnola in cui l’antisemitismo è ricorrente da secoli, dall’Inquisizione all’espulsione degli ebrei nel 1492. A ciò si aggiunge, come effetto collaterale, un’inibizione di qualsiasi critica all’islamismo palestinese di Hamas e all’internazionale islamista, che fa di Gaza il proprio cavallo di battaglia. Un via libera concesso a un antisemitismo che arriva a creare preoccupanti confusioni tra ebrei, israeliani e politica israeliana. Ormai, se non tutti i musulmani sono colpevoli delle azioni degli islamisti, ogni ebreo è invece considerato, in certi discorsi semplicistici, “colpevole” delle azioni di Tsahal in Israele e a Gaza. In sordina, la sfida sembra lanciata: la partita si gioca tra questa “politica” araba della Spagna ufficiale e la fragilità della posizione interna di Sánchez.
Salito al potere nel 2018 alle spalle di Mariano Rajoy, accusato di corruzione nello scandalo politico-finanziario Gürtel e rovesciato da una storica mozione di censura, Sánchez si ritrova coinvolto, fino alla sua cerchia più ristretta, nello stesso tipo di scandali. Sua moglie, Begoña Gómez, è oggetto di indagini per traffico di influenze e appropriazione indebita. Suo fratello, David Sánchez, è accusato di aver beneficiato di un incarico pubblico su misura e poco trasparente, il che alimenta i sospetti di nepotismo e privilegi. La sua epopea di eroe della causa palestinese si spiega forse proprio con questa fragilità. Nell’immaginario del mondo arabo, Sánchez si unisce a quei liberatori teorici che hanno fatto proprie le cause mitiche palestinesi per affrancarsi dalle realtà dei propri paesi: Saddam Hussein, Khomeini, gli Houthi e altri ancora. Nel cosiddetto “mondo arabo”, questo fenomeno viene definito “saladinismo”, in riferimento a Saladino e alle sue guerre per “liberare” Gerusalemme nel Medioevo. Sánchez ha torto riguardo al principio della libertà per i palestinesi e di uno stato per loro? No. Ma ha torto a usare i mulini a vento per trascinare l’opinione pubblica locale e quella “araba” in un’epopea donchisciottesca: un cavaliere che crede di combattere per la giustizia ma che, a volte, combatte soprattutto contro i propri fantasmi”.
(Traduzione di Mauro Zanon)