un libro, un palazzo
La porti una Olivetti a Firenze
Il volume Olivetti Firenze 1968-1972 (di Giuseppe Galbiati, Franz Graf e Giulia Marino) ricostruisce la vicenda storica di un edificio tutt’altro che marginale. Non solo per l’architettura italiana del dopoguerra, ma per tutto il made in Italy
26 SET 26

Della Olivetti pensavamo di sapere tutto ormai: l’Apple di Ivrea, il design innovativo, gli showroom in giro per il mondo e le fabbriche dei grandi architetti. Eppure, ne scopriamo ancora un nuovo tassello. Un libro racconta infatti la notevole vicenda della costruzione della sede dell’azienda a Firenze.
Siamo alla fine degli anni Sessanta, Olivetti è uno dei marchi più all’avanguardia del mondo, un’odierna Big Tech; a Firenze, post alluvione del ’66, serviva costruire una nuova sede per uffici e showroom. Consapevole di confrontarsi con un contesto storico e architettonico unico al mondo Roberto Olivetti pretese un edificio moderno e all’avanguardia, in grado inserirsi nel tessuto cittadino, così affidò il progetto ad Alberto Galardi.
La vicenda viene ora descritta dettagliatamente nel volume Olivetti Firenze 1968-1972 di Giuseppe Galbiati, Franz Graf e Giulia Marino (Edizioni di Comunità). Il libro ricostruisce l’iter progettuale per il quale l’incarico a Galardi arrivò direttamente da Olivetti che conosceva bene l’architetto visto che aveva sposato sua cugina, Maria Luisa Lizier; solo in un secondo momento fu affiancato dall’ingegnere Silvano Zorzi, fuoriclasse del cemento armato precompresso. L’edificio che scaturisce da questo binomio è straordinario: al piano meno uno un parcheggio meccanizzato, sopra un negozio con pareti di vetro che scompaiono nel pavimento e il tutto sormontato da un palazzo per uffici di quattro piani “appesi” al tetto. Sì, perché la cosa più notevole era la struttura: un audace “ponte” sorretto da due torri dal quale “scendono” i tiranti in cemento armato precompresso su cui sono ancorati i piani del palazzo.
Il volume documenta l’edificio con un vasto apparato iconografico arricchito da oltre 200 fotografie provenienti dai reportage di Gabriele Basilico, Gianni Barengo Gardin, Pino Abbrescia e Roberto Conte.
È inoltre interessante poter vedere anche le tante immagini d’archivio che documentano il palazzo Olivetti in piena attività, infatti come se non bastasse l’architettura, questi uffici rappresentano anche una tappa fondamentale per la storia del design italiano. Fu infatti proprio per questo edificio che Ettore Sottsass progettò il primo prototipo della Serie Synthesis 45, la linea di arredi per uffici – oggi leggendaria – prodotta da Olivetti che Sottsass aveva qui ripensato per “rispondere al cambiamento attraverso un sistema inclusivo di arredi”. La Synthesis 45 infatti era modulare e personalizzabile a seconda dei lavori che svolgevano gli impiegati, rendendo così meno ripetitivi i moderni open plans: gli sconfinati uffici senza pareti che erano allora diffusissimi e caratterizzati da alienanti distese di scrivanie equidistanti perfette per una scena di Backrooms.
Insomma, Olivetti Firenze 1968-1972 ricostruisce la vicenda storica di un edificio tutt’altro che marginale e non solo per l’architettura italiana del dopoguerra, ma per tutto quel made in Italy che, allora era ammirato dal mondo e che oggi è solo una pigra definizione ministeriale.