Terrazzo
Vèstiti, andiamo in Silicon Valley
Tra camicie e cappellini le fabbriche di robot cercano di esprimere, per apparire meno fredde, un’estetica che piace agli esseri umani, un linguaggio visuale da panetteria bio, da prodotti fatti a mano. Per sembrare meno crudeli, si costruiscono un’esteriorità artigianale e amichevole e à la page, hipsterizzandosi
5 SET 26

Giacca Palantir, 239 dollari, sold out (da Palantir.com)
L’intelligenza artificiale è il grande spauracchio di questo tempo, più del ripensamento delle masse sull’efficacia della democrazia, del melanoma o dell’invasore russo. Viviamo in un racconto di Asimov, in un disaster movie dove ognuno di noi pensa di essere il profetico eroe-scienziato che mette in guardia la terra dall’attacco imminente degli ultracorpi, dalla cometa che colpirà la Terra. I tech-bros lo sanno. Sanno benissimo che l’AI e la sua industria hanno, come si dice in Usa, una bad rep, una “cattiva reputazione”. E mentre fanno arrabbiare gli ecologisti perché i data center consumano tanta acqua quanto un allevamento bovino, mentre gli esperti dicono che perderai il lavoro, mentre le midterm si giocano su chi promette di controllare il potere delle nuove tecnologie, queste aziende cercano di apparire simpatiche, e soprattutto, cool. Quei wunderkind da garage nei sobborghi che hanno mollato Harvard e ora vanno al Bilderberg, per anni se ne sono fregati di apparire fighi, con le loro felpone e le loro Redbull.
Abbiamo già visto una loro metamorfosi superficiale, coincisa con una trumpizzazione della Silicon Valley, che è risultata fondamentalmente nell’andare in palestra, nell’andare qualche festa e nello spendere per i vestiti – insomma tutto quello che facevano trent’anni fa i bulli che li menavano al liceo mentre loro stavano davanti ai computer. Quest’anno la Palantir dei tolkeniani di Stanford ha lanciato una camicia blu (239 dollari) che fa un po’ guardiasala di fondazione Prada un po’ catena di montaggio, con un effetto da Cipputi postmoderno. Anthropic ha aperto un baretto pop-up che regala cappellini da maschio performativo con scritto sopra thinking. I siti di queste aziende hanno colori pastello rilassanti e font da fanzine. Nelle pubblicità di Claude sotto lo slogan “keep thinking” ci sono pensosi modelli vestiti come se andassero a un vernissage underground di Bushwick. Il critico Kyle Chyka ha definito taste-washing questo tentativo di apparire meno distaccati, è come il greenwashing ma con il “gusto”, ma è anche un po’ brainwashing, cioè lavaggio del cervello. In pratica, le fabbriche di robot cercano di esprimere, per apparire meno fredde, un’estetica che piace agli esseri umani, un linguaggio visuale da panetteria bio, da prodotti fatti a mano. Per sembrare meno crudeli, si costruiscono un’esteriorità artigianale e amichevole e à la page, hipsterizzandosi.
Quest’operazione, che va avanti dalla tarda primavera, non sembra funzionare molto, un po’ come quando Lockheed Martin, l’azienda di missili, andava al gay pride con uno striscione con le armi arcobaleno, diventando online un meme anticapitalista. E così dopo il tentativo di coolness e la creazione di merch, cioè i gadget, i reparti marketing delle aziende AI cercano un’altra tinta di pittura per cambiare la propria immagine. E cos’è che va oggi? La natura. E quindi ecco che Open AI ha organizzato dei lussuosi retreat per influencer – o come si chiamano oggi, “creators” – dal nome Summer Club. Si sta tra i boschi e si fa apicoltura, e poi workshop di pittura e sedute a gambe incrociate su come usare al meglio ChatGpt, poi cene sui prati e toffolette da abbrustolire sopra il fuoco. Ma anche qui internet si è subito arrabbiato e qualcuno ha commentato: “Questa foresta dopodomani sarà buttata giù per costruire un data center”.
