Roma prima della Ztl
Aridatece la doppia fila
Un libro fotografico racconta la capitale italiana prima delle pedonalizzazioni. Senza nostalgia, ma chiedendosi: erano meglio i parcheggi allora oppure oggi le orde di turisti?
23 GIU 26

Chi mai, oggi, oserebbe dire male delle pedonalizzazioni delle città? Sacrosante sulla carta, opporsi alla pedonalizzazione è peggio che dire male della memoria di Michela Murgia.
Prò poi si è notato che, specie nelle grandi città turistiche, un metro in più di Ztl vuol dire duecento turisti ciabattoni in più, che masticano la loro focaccia di nota focacceria venduta a un fondo cinese, lasciando carte e briciole a terra, provocando l'arrivo di gabbiani giganti, generando un indotto di lerciume e bassa qualità generale (perché mai uno o una dovrebbero aprire un buon ristorante, una bella boutique, un simpatico baretto per intenditori, quando faranno molti più ricavi col gelato gonfiato, il limoncello al colorante, il grembiule con su scritto “kittesencula” per turisti che vorranno portarsi via un pezzo di autentico lifestyle italiano?).
La spinosa questione è affrontata in Roma vietata. Viaggio nella città irraggiungibile (Humboldt Books) opera di Stefano Ciavatta, sapiente giornalista-antropologo di cose romane, e Luca Galofaro, architetto. Che raccontano la capitale italiana prima delle pedonalizzazioni, ormai alla boa del mezzo secolo passato. “Roma vietata” è soprattutto un bellissimo libro fotografico, con le immagini di Enrico Blasi in bianco e nero di San Pietro, Piazza Venezia, Piazza Navona intasate di lamiere. Reportage involontario, che quando uscì, appunto nel 1972, col titolo Le piazze di Roma, voleva mostrare le piazze, appunto, ma visto con gli occhi di oggi mostra l’incredibile quantità di auto che in quelle piazze parcheggiavano, e oggi ci pare inconcepibile.
Il bianco e nero d’epoca e le Fiat 127 e 128 provocano subito però un ulteriore effetto: la nostalgia. Ma “questo libro non è un’operazione nostalgica”, mette in chiaro Galofaro: “sognare una restaurazione sarebbe anacronistico. Non è nemmeno una denuncia per l’horribile visu. Oggi Roma è altrettanto ingolfata e nascosta dai pedoni del turismo, sempre più convinti di muoversi in un fondale sterilizzato, sradicato dalla comunità degli abitanti. Piuttosto, è un libro su un cortocircuito ancora attivo. Arrivare, sostare, ma anche andarsene erano un diritto concreto. Oggi siamo solo visitatori in transito, obbligati a muoverci dove la città decide”.
In cinquant'anni siamo passati dalla città con la spider di Gassman parcheggiata in doppia fila col finto pass “Camera dei deputati” del “Sorpasso” al “mito della smart city”. Ztl nel frattempo è diventato sinonimo di sinistra rincoglionita. E il "centro" è comunque intasato, di nuove auto, che sono golf car, lunghe e lentissime, elettriche, con a bordo turisti in braghe corte che fotografano te, abitante, come uno strano animale dello zoo che loro, dollaro alla mano, hanno pagato per visitare nel loro safari all inclusive.
Intanto chi segue le cronache sul Messaggero e sui vari siti ogni giorno assiste alle rocambolesche sfide alle Ztl di utenti local che entrano col bagagliaio aperto, in retromarcia, staccando la targa, insomma in ogni modo possibile, per violarla, per non pagarla, questa beata Ztl.
Ma al destino non si scappa: la smart city romana, sembrano dire gli autori, è il proseguimento dell'ingorgo con altri mezzi. Del resto il film più bello su Roma, dunque sulle macchine a Roma, è ovviamente “Roma” di Fellini (anche quello nel 1972), dove il cuore del film è un gigantesco tappo di traffico (ma a Roma si è sempre e comunque dentro “Roma”: ricordate la fuga di cavalli imbizzarriti di qualche tempo fa, per i fuochi d’artificio lanciati da pizzardoni fessi?).
Il film era un magnifico canto del cigno dell’auto, perché la “liberazione”, dalle auto, comincia un anno dopo, nel ’73, con la pedonalizzazione di Piazza Navona, grazie anche alle polemiche suscitate da autori come Antonio Cederna e Italo Insolera.
Ma oggi? La "liberazione" del centro va avanti, in città spesso policentriche tipo Roma, dove la parola “centro” non vuol dire più niente da molti anni, come hanno capito gli scrittori che vanno a fare le presentazioni nelle Feltrinelli che chi abita in centro storico (qualunque cosa significhi) non saprebbero collocare sulla mappa, o gli abitanti dell’Eur che mai farebbero cambio con Largo di Torre Argentina.
Roma come Los Angeles, città non a caso citata dagli autori, ma anche, modestamente, anche chi scrive ha sempre sospettato che la nostra pòra capitale alla fine andasse vissuta come l’enorme metropoli californiana, quindi in macchina, sul Gra, decidendo se andare a una riunione che non porta niente alla Rai o dai produttori "in" Prati, a fare un bagno a Capocotta, a mangiare un gelato ai Parioli, a vedere il Papa a San Pietro, insomma in uno dei tanti “centri” possibili.
Come in Los Angeles: The Architecture of Four Ecologies (1971), Reyner Banham descrive la città dei sogni come una città senza centro, una costellazione di ecosistemi urbani dove l’auto non è solo mezzo di trasporto, ma estensione dell’individuo e strumento di conoscenza, a Roma l’auto, sostengono i due autori, è sempre stata mezzo di accesso. Prima glorificata, adesso (da 50 anni) vituperata. E però appunto a mezzo secolo dalle prime pedonalizzazioni, urge una riflessione, perché farci scegliere tra ztl e parcheggio a cielo aperto, tra lamiere e turisti ciabattoni è tremendo, è come chiedere se vogliamo più bene a mamma o a papà.
Nel frattempo, accattiamoci il volume, che è anche un magnifico “storyboard” e "coffee table" (sui migliori tavolini delle ztl) per nerd di Roma, dei trasporti, degli anni del boom, tra annuari dei vigili urbani capitolini, le prime domeniche a piedi (causa anche crisi petrolifera), la Formula Uno all’Eur, fino alla “Balena Goliath” a Piazza del Popolo: “un cetaceo di 22 metri e 68 tonnellate, montato sopra un autotreno e trasportato in mostra negli anni Settanta per l’Europa e il Medio Oriente. Il grande mezzo parcheggiato al centro della piazza in realtà non ospita la carcassa della balena riempita di formalina, ma una riproduzione di cartapesta, “che ad arte, sapeva anche puzzare di pesce”.
La balena come il cetaceo delle scene finali della "Dolce vita", e grande “metàfa” dei grandi eventi che, come e peggio delle auto, tengono ostaggio oggi le piazze romane liberate dalle auto. Nello specifico, si rimane ogni volta costernati vedendo la magnifica piazza del Popolo ospitare tutte le feste possibili e immaginabili, da quella della Polizia, ai concerti, agli eventi, grandi e piccoli, con ricchi premi e cotillon e l'immancabile illuminazione tricolore a Led che ormai condanna ogni monumento italiano. Si stava meglio quando si stava peggio? Quando c’era un parcheggio, forse, vabbè.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
