Architetto e gentiluomo. Vita e opere di Paul Rudolph, amato dagli stilisti e non solo

L'opera "Dreams do not easily disappear. Scritti 1948-1997", curata da Marco Falsetti, aiuta a ricostruire il profilo intellettuale dell'architetto americano che difficilmente si riuscirebbe ad afferrare anche avendo potuto ammirare i suoi splendidi, enormi disegni esposti alla recente mostra al MET di New York

20 GIU 26
Immagine di Architetto e gentiluomo. Vita e opere di Paul Rudolph, amato dagli stilisti e non solo

Google creative commons

Ci sono architetti la cui carriera è spezzata in due: certamente lo è quella di Paul Marvin Rudolph. Non solo e non tanto sul piano stilistico, quanto esistenziale: spartiacque fu l’abbandono dell’insegnamento quando era al massimo della carriera accademica, ovvero preside di Architettura a Yale fino al 1965. Bruno Zevi, che gli era coetaneo, lo definì per questo “naufrago impetuoso” con profonda ammirazione, anche perché lui stesso si era dimesso anzitempo dalla Sapienza. Oggi una poderosa raccolta di scritti, curata con acribia da Marco Falsetti, aiuta a ricostruirne un profilo intellettuale che difficilmente si riuscirebbe ad afferrare anche avendo potuto ammirare i suoi splendidi, enormi disegni esposti alla recente mostra al MET di New York dello scorso anno. “Rudolph fu infatti, allo stesso tempo, teorico e antiteorico, moderno e antimoderno, organico (nel senso di organicità del progetto urbano) e antiorganico, esuberante e schivo. La sua comprensione del suo pensiero non può dunque esimersi da una più vasta opera di ricomposizione delle sue diverse manifestazioni – il critico, il teorico, l’architetto e l’artista”, scrive Falsetti in esergo a Dreams do not easily disappear. Scritti 1948-1997 (Campisano editore).
Rudolph era nato in Kentucky, figlio di un pastore metodista. Laureatosi in Alabama, si era iscritto a un master a Harvard dove trovò Walter Gropius, maestro prima seguito e poi criticato. Deve interrompere gli studi per via della guerra, lo mandano a progettare navi alla Brooklyn Navy Yard per tre anni, esperienza fondamentale, per poi tornare a Harvard dove incontra I.M. Pei e Philip Johnson. A casa di quest’ultimo, uno dei pochi amici per tutta la vita, ha la fortuna di incontrare Frank Lloyd Wright: si erano incrociati solo una volta, quando il vecchio maestro aveva trattato bruscamente il giovane apprendista, ma stavolta è diverso perché oltre a tranciare giudizi sulla Glass House e gli altri padiglioni della tenuta di New Canaan, Wright dispensa massime filosofiche sui materiali e sulla luce. A ben vedere, scorrendo le pagine, alla fine tra i maestri canonici Gropius, Mies, Le Corbusier, è Wright il più amato: c’è lui dietro lo studio dei materiali e delle tecniche locali dei primi lavori in Florida a Sarasota (dove escogita delle finestre adatte a catturare la brezza marina) e soprattutto negli ultimi, i grattacieli progettati con grande anticipo nelle città-stato che oggi sono ben note ma allora no come Giacarta, Singapore, Hong Kong. In mezzo c’è la difficile esperienza a Yale iniziata nel 1958 e dove Rudolph sente fortemente il dissidio fra il suo ruolo di professore e quello di professionista.
Non avendo la tempra mistica del collega Louis Kahn, soffrirà molto le prime embrionali proteste studentesche fino a dimettersi nel 1965, nonostante qui realizzi la sua opera brutalista più nota, lo Yale Art & Architecture Building, nel 1963. Eppure Norman Foster, che con Richard Rogers fece un periodo di studi proprio con lui, ha sempre sottolineato la sua bravura di insegnante, uno dei pochi che non imponeva una linea, la propria, ma lasciava gli studenti esprimersi liberamente. Molto si dispiacque anche per le critiche ricevute in Learning from Las Vegas nel 1972 da Robert Venturi e Denise Scott Brown come rappresentante dell’establishment. La sua reazione fu signorile, rifugiandosi nella sua casa museo al 23 di Beekman Place (che oggi è un landmark cittadino visitabile), nel suo studio con pochi dipendenti, nei suoi disegni perfezionisti e progetti formalisti, nel collezionismo e nella frequentazione di Andy Warhol, Johnson e pochi altri insieme con il suo compagno Ernst Wagner che ha fondato la Paul Rudolph Heritage Foundation.
Il suo aristocratico distacco è bene espresso in un’intervista degli ultimi anni: “la mia fortuna è che nessuno pensa più che sia ancora vivo”. Alcune sue case in California come in Pennsylvania sono in vendita per milioni di dollari, complice anche il fatto che la sua figura è una fra quelle che hanno ispirato il protagonista di The Brutalist. Altre sono state acquistate da personaggi come lo stilista-regista Tom Ford, come la famosa “Halston House”, la palazzina in acciaio e vetro al 101 East 63 Street, che fu epicentro della vita mondana newyorchese negli anni Settanta-Ottanta, con presenze fisse di Liza Minnelli, Elizabeth Taylor, Bianca Jagger e Andy Warhol. Centrale anche nella serie tv dedicata al defunto stilista.