Lo stupore (silenziato) per il successo del film su Carlo Acutis come quello del Papa in Francia

"Il mio nome è Carlo" arriva al 29,6 per cento di share e al 32,6 tra i 15 e i 34 anni. Un successo inatteso che si aggiunge ai ragazzi accorsi per Leone XIV e alle code ad Assisi
30 SET 26
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“Il silenzio del rumore”, cantava Battiato prima ancora di diventare sufi: “Anche il tuo spazio è su misura… per paura di scoprire”. Accadono ugualmente le cose, in un silenzio che dovrebbe fare invece rumore. Fatti che passano di solito sotto silenzio, che a volte si tenta di passare sotto silenzio. Anche senza averlo deciso, senza intenzione. Magari solo perché non si saprebbe bene che cosa dire, di certe cose che pure accadono. Lo si è visto nei giorni scorsi, in qualche imbarazzo, in certi stupori senza risposta, di fronte al viaggio del Papa in Francia e al suo successo inatteso, soprattutto tra i giovani. Lo si era visto, giusto un anno fa, di fronte alla canonizzazione di un adolescente, Carlo Acutis. Un ragazzo morto a 15 anni e prudentemente circoscritto nei titoli di stampa come il “santo social”, il primo santo millennial. Possibile che sia santo? Ma sono cose che accadono davvero.
C’era la piazza San Pietro piena con il nuovo Papa Leone, un anno fa; c’è sempre la coda di giovani al Santuario della Spogliazione di Assisi dove è sepolto in una teca di cristallo, con le sue sneakers e la sua polo. Possibile?
Così è passato quasi sotto silenzio – una rapida scorsa alla rassegna stampa rimanda soltanto a testate di mondo cattolico che hanno registrato festose il dato – anche il record di ascolti con cui un bel po’ d’Italia ha accolto Il mio nome è Carlo, il film di Giacomo Campiotti sulla vita di Carlo Acutis che Canale 5 ha trasmesso domenica scorsa (produzione Mediaset) che è stato visto da 4 milioni e 269 mila spettatori, il 29,6 per cento di share, record della serata. Con picchi del 40 per cento di share, roba da Nazionale o da Pacchi di De Martino, e una audience eccezionale tra i giovani: il 32,6 per cento sul target tra i 15 i 34 anni. E dunque che dire? Mica saranno stati tutti degli “Acutis boys”, quelli delle Gmg. Il tutto in un silenzio che non fa nemmeno rumore.
Com’era il film? Giacomo Campiotti, regista umanista, ci ha abituato in carriera a bei film in cui conta il fattore umano e a lavori per la televisione spesso dedicati ai giovani, come Braccialetti rossi, e a una specializzazione per i biopic di santi, Bakhita - La santa africana, Giuseppe Moscati - L’amore che guarisce, il san Filippo Neri di Gigi Proietti. Non sbaglia strada nemmeno stavolta, anche se il prodotto televisivo e il target generalista è penalizzante per definizione, bisogna spiegare tutto e nello stesso tempo non dire niente di più. La commozione è dietro l’angolo, ma il santino tenuto a bada. Per chi conosce le vie della Milano di Carlo, la piazza Tommaseo fiorita e la chiesa di Santa Maria Segreta, la parrocchia che frequentava e dove oggi è conservata una sua reliquia, insomma la Milano d’alta borghesia del centro, la scuola delle Marcelline, il liceo dei gesuiti lì a due passi, le immagini hanno un curioso effetto di docufilm. Ma senza esagerare in agiografia (abbiamo visto cose di gran lunga peggiori), del resto è dai tempi di Maria Goretti e di Cielo sulla Palude che la critica cinematografica intellò ha insegnato che “santi lo si è solo dopo”, mai esagerare.
Che in molti lo guardassero, Il mio nome è Carlo, era prevedibile. Così tanti, forse no. E’ uno dei non frequenti casi social-televisivi che meriterebbe qualche sorpresa; ma “tutto congiura a tacere di noi”, si doleva Rilke. Restano le cronache ripetitive sul “santo millennial”, il “patrono di internet”. Il film di Campiotti è intelligente a non insistere su questi aspetti che sono, a ben guardare, esteriori, non essenziali. Racconta con estrema semplicità un bambino e un adolescente, le sue amicizie dirette e sincere, i molti gesti di carità che sembrano persino impossibili, a quell’età. Un ragazzo che è stato attratto, trascinato, voluto bene da Qualcuno che lui nemmeno immaginava. “La tristezza è lo sguardo verso sé stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio”. “L’eucaristia è la mia autostrada verso il paradiso”. Sono parole che non si possono dire da soli, nemmeno da adulti. Eppure sono state dette davvero, e hanno trascinato con sé i suoi amici, i compagni di scuola. E poi tanti altri giovani.
È la strana storia di Carlo Acutis. Ma ha qualcosa in comune con i catecumeni di Francia, con i giovani che cantavano il Salve Regina in latino tra lo stupore di molti. Un fatto imprevisto, di cui si fa prima a non curarsi troppo. Del resto di ciò che non si sa che cosa dire, è meglio tacere. Eppure non ci si può non stupire. Almeno un po’. Almeno per lo share.