Carlo Acutis e quei santi adolescenti

Nell’epoca degli adulti-entomologi spaventati da quei “mostri” che non sanno più comprendere fioriscono anche inattese storie di santità. Che nessuno ha programmato ma che stupiscono. Eccole

19 APR 25
Ultimo aggiornamento: 15:51 | 29 SET 26
Immagine di Carlo Acutis e quei santi adolescenti

Marco Ottico/LaPresse

“Ci saranno santi tra i bambini” (san Pio X)
“Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo… Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene”. Collodi non avrebbe scritto un gran capolavoro se non avesse avuto il genio di capire l’umano, anche quando è travestito da in-umano o trans-umano, una metamorfosi di Apuleio. E il genio di intuire che tutto il sugo della vita è il voler bene. Faccenda possibile a patto, prima, di essere voluti bene. Credere che un pezzo di legno possa diventare un ragazzino che vuole bene è intuizione non da poco: vale quanto credere alla possibilità che un adolescente, una ragazza o un ragazzo, un bambino o una bambina, un pugno d’anni acerbi, possano diventare santi. Fine delle favole, queste sono storie che accadono nella realtà.
La prossima domenica, salute permettendo, Papa Francesco celebrerà la canonizzazione di un adolescente, un santo ragazzino. E per di più non di un’epoca antica o di mondi lontani dove si diventa martiri, ma sempre per Grazia di Dio, senza nemmeno bisogno di attraversare la strada di casa. Come i Martiri adolescenti di Tlaxcala, indigeni messicani del Cinquecento canonizzati da Bergoglio nel 2017. È invece un santo dei nostri giorni e di nostri luoghi, persino benestante e di buona famiglia, la cui vita è corsa apparentemente “normale” e la cui stessa iconografia (fa strano parlare di iconografia per un millennial, eh?) sono la maglietta polo, i riccioli, le scarpe Nike con cui è stato sepolto ed è visibile oggi attraverso una teca di cristallo nel Santuario della Spogliazione di Assisi, a disposizione delle preghiere di migliaia di pellegrini (innumerevoli i giovani) e addirittura attraverso una diretta streaming dal sito ufficiale a lui dedicato. “Il primo santo millennial”, nella vulgata giornalistica; “il patrono di internet e dei social”, nella vulgata ecclesiale. Carlo Acutis era famoso anche prima che Francesco annunciasse nel 2024 che sarebbe diventato santo (il processo canonico richiede il riconoscimento di due miracoli). Ma non per i riccioli e la polo, non perché avesse usato con creatività gli strumenti digitali per entrare in rapporto con centinaia di coetanei. Ma perché quella capacità di fare – la mostra online itinerante da lui creata per raccontare i “miracoli eucaristici”, quelli cioè legati al sacramento, noi ci ricordiamo solo quello di Bolsena ma sono oltre cento – era il riflesso di una vita semplice, felice, trasparente. Una santità – l’aiuto testimoniato da molti ai poveri, a partire da quelli della sua parrocchia in centro a Milano, a due passi dal liceo dei gesuiti in cui studiava – che era stata capace di contagiare tanti compagni e amici. Con quale formula magica? Nessuna.
Qualcuno usa come dubitativo che fosse di famiglia ricca, importante, dunque facilitato verso gli altari; qualcuno dubita del fatto che la Chiesa sia stata così rapida nel volerlo santo e modello per i giovani: una vicenda un po’ troppo costruita, no? Come a suo tempo santa Maria Goretti. Appunti e contrappunti legittimi. Ma i suoi genitori (cattolici) non erano propriamente gente di chiesa (“Mio figlio ci lasciava senza parole perché all’inizio io e mio marito non eravamo cattolici praticanti”, la mamma di Carlo). E chi abbia letto qualcosa di lui, chi abbia visto la processione dei ragazzi alla Spogliazione, può constatare che l’attrattiva di un teenager morto per una leucemia fulminante in tre giorni sfugge a questi parametri. Un adolescente del terzo millennio, anzi un “pre-ado”, che scrive “la tristezza è lo sguardo rivolto verso sé stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio” e che ai coetanei spiega “l’Eucarestia è la mia autostrada per il paradiso” non rientra negli schemi, nemmeno in quelli dell’educazione religiosa. Eppure era credibile per i suoi amici, eppure i suoi genitori sono andati dietro a questo incomprensibile miracolo, che stupisce anche più dei due riconosciuti dagli specialisti della Fabbrica dei santi. Del resto anche Pietro di Bernardone non era proprio un baciapile, quando suo figlio si spogliò lì, in quella chiesa di Assisi dove ora a migliaia accorrono per Carlo, e si tirò dietro i suoi amici entusiasti.
Possono mai esistere ragazzi e ragazze così? Come Rossella Petrellese, una giovane di Acerra morta a ventidue anni nel 1994, una vita segnata dalla malattia ma che ha trascinato con sé un movimento di carità verso i malati per cui è stata riconosciuta “Serva di Dio”? Non è che non possano esistere, è che non ci crediamo, e dunque non ci credono nemmeno loro. Il testo di riferimento del momento, e di spavento sociale, è Adolescence. Viviamo, gli adulti, in un mondo in cui guardiamo, anzi scrutiamo, quei mostri nemmeno più nostri senza capirli. La storia del ragazzino incel che ha ucciso la coetanea da cui si sentiva sconfitto è la sintesi estrema di quella che consideriamo nemmeno più una “problematica giovanile”, ma una mutazione genetica. Che cosa sono diventati? Perché non sono più come prima? Sono i commenti, le domande che rimbalzano nelle famiglie, sui giornali. Gli interrogativi su cui geni e maghi escono a frotte, per spiegare in libri e conferenze chi siano e come trattare quegli esseri che girano per casa e spadroneggiano sui social. A volte violenti, a volte depressi, a volte hikikomori. La cronaca è zeppa di episodi violenti. La serie tv Adolescence ha solo rilevato una percezione. Il terrore per i social, quella bolla priva di corpi che decide di identità irreali. Siamo poveri di vita e pieni di istruzioni per l’uso.
Nell’ultimo film che Bernardo Bertolucci ci ha lasciato, Io e te, il protagonista è un adolescente “problematico”, un incel ante litteram. Osserva ossessivo una teca di vetro che contiene degli insetti. Forse che gli adulti non si comportano con lui allo stesso modo, come freddi entomologi? La colonna sonora è Ragazzo solo, ragazza sola, la cover di Space Oddity di David Bowie: “Planet Earth is blue / And there’s nothing I can do”. Questo è, con punte maggiori o minori di ottimismo o pessimismo, ciò che pensiamo che i giovani possano essere: “There’s nothing I can do”. Si è molto commentato il piano sequenza con cui sono girati i quattro episodi di Adolescence, sottolineando il virtuosismo un po’ vintage. Bravura a parte, i piani sequenza di Philip Barantini hanno lo stesso valore, la stessa funzione della teca di vetro di Bertolucci, trasmettere l’impressione anche visiva che non ci sia scampo né via d’uscita: quella è tutta la realtà a loro disposizione. Così com’è, senza strappi. Da lì non si esce, non escono.
Poi arrivano vite come quella di Chiara Luce Badano, cresciuta nel movimento dei Focolari e morta a 18 anni, beatificata nel 2010 per “la dedizione alla cura di bambini e anziani e il comportamento eroico davanti alla malattia”. Il prossimo 3 agosto – al termine del Giubileo dei giovani – verrà canonizzato un altro giovane, più famoso per l’opera pubblica e per la famiglia di provenienza, alta borghesia laica di Torino, Pier Giorgio Frassati. Morto a 24 anni, terziario domenicano, membro della San Vincenzo, leader della Fuci. Anche per lui, rampollo di un grande casato con un luminoso futuro nel mondo, non contano gli antecedenti famigliari, l’ambiente sociale, l’educazione. Non c’era nulla che indicasse la via della santità.
E proprio questo stupisce. Cecilia Sala, col suo seguitissimo podcast, ha voluto indagare il fenomeno Acutis. Anche lei si interroga sui giovani che lo prendono a esempio: “Non sanno dire che cosa abbia fatto, di preciso, Carlo, per diventare santo”. E in fondo è la domanda decisiva, quella vera: nessuno lo sa. Curiosamente, quella posta da Cecilia è la stessa domanda che il cieco nato pone provocatoriamente ai farisei che lo interrogano: “Proprio questo è strano, che voi non sappiate da dove venga quell’uomo, eppure mi ha aperto gli occhi”.
“Non so se torno per pranzo”. È sabato 5 novembre 2011. Sono le ultime parole dette in casa da Marco Gallo, un liceale di 17 anni di Monza. “Alle 9 di mattina si presentano i carabinieri e ci viene comunicata la morte di Marco”. Incidente in moto. Per Marco si è aperta la causa di beatificazione nel 2024, durante un pellegrinaggio al santuario di Montallegro a Rapallo, il luogo delle vacanze con la famiglia, c’erano 800 giovani, Marco era un giessino. Quella di Marco è un’altra storia all’apparenza normale. La conosciamo dai suoi diari e dalle testimonianze degli amici, sono stati pubblicati (Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare, Itaca). Qualche giorno prima un suo amico era morto nello stesso modo, in un incidente. C’è qualche psicologo entomologo che può spiegare? C’è il racconto di sua sorella e di sua mamma, che non spiega ma illumina. Non aveva la forza di entrare in “quella camera”. Ma deve, per i vestiti. “Scegliamo la sua maglietta di Stand by me, con la foto della chiamata di Matteo, e la scritta del primo discorso di Papa Benedetto: ‘Egli dona tutto e non toglie niente’. Mi siedo sul letto di Marco: ‘Ma cosa c’è scritto sul muro?’. Ci accorgiamo della scritta. So per certo che venerdì mattina non c’era. Proprio accanto al letto, vicino al crocifisso, Marco ha scritto a matita: ‘Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?’”. È la frase che gli angeli al sepolcro dicono alle donne incredule, ne sono persino spaventate, racconta il Vangelo di Luca. Perché nessuno può dire una frase così, tantomeno a diciassette anni, se non “gli è stato dato dall’alto”, come dice Gesù all’incredulo per eccellenza, Pilato. “L’episodio della morte di Marco dice già tutto”, riflette don Pierluigi Banna, giovane teologo e vice postulatore nella causa di Marco Gallo: “L’idea che mi sono fatto è che questi ragazzi, in particolare Marco, ci mostrano un’azione della Grazia che è molto più profonda di quello che riusciamo a immaginare. Un’azione che si rivela solo quando il seme cade in terra e muore”. Non si diventa santi per merito dei propri antecedenti. Si riconosce sempre da un impatto imprevisto, la santità. L’unica risposta che Cecilia Sala trova, nel suo podcast: “La parola in fin dei conti è sempre una sola: speranza”.
Ha destato sorpresa il fatto che Carlo Acutis sia stato canonizzato così in fretta. E soprattutto così giovane. In verità il fast track non è così inconsueto. Basta un’occhiata a un annuario dei santi della Chiesa cattolica. Se ne elencano oltre duecento, suddivisi dai primi anni di vita ai 25 anni, e altrettanti sono i nomi di quelli non saliti agli altari ma ricordati “in fama di santità”. La storia della Chiesa non è per niente povera di santi bambini, di santi ragazzini (a proposito, anche la cattiva battuta di Cossiga sul “giudice ragazzino” si è trasformata in una profezia: Rosario Livatino è stato beatificato come martire “in odium fidei” nel 2021). Antichi come il romano Tarcisio, o moderni come Domenico Savio, uno dei primi allievi di san Giovanni Bosco, figlio di un fabbro e di una sarta nato in una cascina, morto quattordicenne. O Teresa di Lisieux, morta a 24 anni, celebre per essersi recata dal Papa ancora bambina per chiedere di poter anticipare l’ingresso in convento e oggi “dottore della Chiesa” al pari di Agostino e Tommaso. “La santità non è un bollino di certificazione da applicare su una vita, è piuttosto una vita nella quale risplende la testimonianza di Gesù, e tale testimonianza è stata evidente a quanti abbiano avuto la ventura di incrociarne la strada”, ha scritto la giornalista Pina Baglioni in un prezioso piccolo libro che prende a titolo una frase profetica di Papa Pio X, in un’epoca assai travagliata per il cristianesimo: Ci saranno santi tra i bambini (Paoline), in cui racconta la storia di alcuni di loro. L’antica profezia di Pio X e la canonizzazione di Acutis si tengono per un motivo molto più evidente che non l’urgenza comunicativa della smarrita istituzione cattolica in difficoltà ad attrarre i giovani attraverso sterili appelli moralistici o volontaristici. È la testimonianza che l’attrattiva della santità nasce altrove, rende possibile quello che per gli entomologi è invece inconcepibile. Pina Baglioni racconta ad esempio la vicenda di Manuel Foderà, un bambino di Calatafimi morto a nove anni nel 2010, e della mobilitazione dei cuori delle moltissime persone che sono rimaste affascinate dalla sua fede semplice, ingenua. Colpiscono le vicende dei santi bambini dell’epoca moderna. Una, a cui è tributata una fervida devozione nella “sua” chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, si chiamava Antonietta Meo, per tutti “Nennolina”, morta a soli sette anni ma dichiarata presto “venerabile” per la sua fede che aveva mobilitato i cuori di chiunque la conoscesse. “Non sanno dire che cosa abbia fatto, di preciso, Carlo, per diventare santo”. Anche gli amici di Marco Gallo non lo sapevano di preciso, ma è come racconta Cecilia: “La sua voglia ha contagiato tutti, femmine, maschi, anziani, tutto il vicinato in fermento… Accadeva qualcosa di bello, altrimenti Marco non sarebbe stato lì”. Scriveva Von Balthasar in Percezione della forma: “In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica”.
C’è un’altra scritta sul muro che nessun adulto entomologo potrà mai impedire di scrivere. In Rusty il selvaggio (Rumble Fish), magnifico piccolo film di Coppola, quella scritta domina sui muri: “The Motorcycle Boy Reigns”. Il sogno di un fratello invincibile che non può essere annientato. Rusty ruba un acquario che contiene i due rumble fish che lo attraggono: due pesci siamesi costretti a farsi la guerra, come due adolescenti in gabbia. Alla fine li libera nel fiume, e questa decisione gli costerà la vita. Nel Pinocchio di Benigni c’è una breve scena che vale il film. Quando trova il ciuchino Lucignolo morente, Pinocchio lo chiama, con un colmo d’affetto, “anima grande!”. Anima grande. È un’espressione che in Collodi non c’è, richiama piuttosto gli “spiriti magni” di Dante. “Gli voleva un gran bene”. Perché si è anime grandi non per merito, ma per essere stati voluti bene. Nessun adolescente, di oggi o di sempre, anima grande, potrebbe scrivere su un muro “perché cercate tra i morti colui che è vivo?” senza quell’ingenua baldanza di bambini a cui “Dio parlava attraverso i fatti che succedevano”.