Gli italiani che chiamavano “Striscia la notizia”, così diversi dai giusti di “Report”

Dopo 38 anni il programma di Antonio Ricci “va in pausa”, secondo l’eufemismo aziendale. Era l’autobiografia della nazione e i suoi studi restano un luogo della memoria di questo benedetto paese

28 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 16:51
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Foto Ansa

Muore “Striscia la notizia” – pardon, “va in pausa”, secondo l’eufemismo aziendale. Trentotto anni, ultima puntata a febbraio. Fine di un’epoca. Ma di quale epoca? Il mio primo ricordo di “Striscia” è l’intervista di Stefano Salvi a Enrico Cuccia. Non avevo mai visto nulla di simile. Oggi quando lo ripesco ogni tanto su YouTube mi sembra una performance di Marina Abramovic. C’era questo inviato col giubbotto giallo che camminava a fianco dell’uomo più potente e invisibile d’Italia – il “grande vecchio” di Mediobanca che alla vista di una telecamera abbassava lo sguardo e sgusciava via – e mentre quello chiedeva conto dei rapporti tra finanza e politica, Cuccia per tutto il tragitto non rispondeva, non reagiva, non sbuffava. Camminava in silenzio. Le mani dietro la schiena, muto, granitico: cinquant’anni di capitalismo italiano condensati in un’imperturbabile camminata e un momento di grande televisione. “Il mutismo più eloquente in tutta la storia della tv”, scrisse Aldo GrassoIn quei tre minuti c’era già tutto il metodo di “Striscia”, col meglio e il peggio di tutta la televisione d’inchiesta venuta su in questi anni.
Raccontava Antonio Ricci che l’idea di “Striscia” arrivò sotto la doccia: “Ragionavo sul fatto che Vespa in Tv aveva detto che la colpa dell’attentato di Piazza Fontana fosse di Valpreda… ecco questo non andava bene, ci voleva uno spazio dopo il Tg che desse un’idea diversa, che gettasse quantomeno un dubbio”. Ecco, “Striscia” è stata il simmetrico opposto di “Report”, nel senso del complimento, ci mancherebbe. Perché se il “Report” di Ranucci – come ricorda oggi Giuliano Ferrara – è stato spesso avanspettacolo spacciato per scoop, “Striscia” ha fatto l’operazione inversa, dunque più onesta: scoop spacciato per avanspettacolo. Denuncia travestita da pernacchia, inchiesta affidata a un pupazzone rosso che, per ammissione del suo stesso autore, “rappresenta il populismo, la pancia; non parla: rutta”. Si rilegga andando un po’ a braccio l’elenco: la truffa di Vanna Marchi e dei suoi sali miracolosi; l’uranio impoverito; le due navi da guerra irachene fotografate a La Spezia durante la guerra del Golfo; i 2.639 beagle liberati dal lager di Green Hill; la “Terra dei fuochi” prima della savianizzazione.
L’Italia di “Report” è quella della faccia grave, del conduttore che si candida a ultimo giusto della nazione. L’Italia di “Striscia” è quella che consegnava un tapiro a, aspettando la reazione. Del multiverso creato da Antonio Ricci – il Gabibbo, il tapiro, l’inviato con un sturacessi in testa – le veline sono state il capitolo più frainteso. Per tutta una fetta d’Italia moralista, bacchettona, devota al gruppo Espresso, la categoria era un insulto. La velina come “degrado morale”, “corpo delle donne”, emblema del berlusconismo eccetera. Antonio Ricci le ribattezzò per un po’ “carline”, proprio in omaggio a De Benedetti. Spiegò che due di quelle ragazze in redazione le chiamavano “Espresso” e “Panorama”, perché di corpi femminili en plein air erano piene proprio le copertine dei settimanali d’opinione che pretendevano di fare la morale alla tv. Si può discutere all’infinito se lo stacchetto velinico fosse liberazione o gabbia patriarcale, affermazione di libertà o “oggettificazione”. Ma nel dubbio abbiamo sempre diffidato dei femminismi che avrebbero preferito le veline con chador. Trentotto anni di “Striscia la notizia” sono un’autobiografia della nazione. E un giorno bisognerà leggere e analizzare il numero incalcolabile di segnalazioni arrivate alla redazione del programma di Antonio Ricci in tutti questi anni, la media di tremila alla settimana (fate voi il calcolo). Dentro ci siamo tutti: quello col vicino di casa molesto, chi denuncia l’abusino edilizio dell’odiato cognato, il mitomane, il matto, il frustrato e specie all’inizio, quando le segnalazioni arrivavano sulla segreteria telefonica, non pochi aspiranti suicidi. Invece di chiamare un parente, un amico o i carabinieri chiamavano “Striscia”.
Entrando una volta negli studi di “Striscia” a Cologno mi fecero grande impressione i cimeli di questo hangar-museo. Una specie di isola folle e libertaria dentro la caserma di Mediaset: tapiri sfasciati, stampelle, referti ospedalieri, la maschera di protezione di Staffelli dopo la rottura del setto nasale, quando Fabrizio Del Noce gli scaraventò il microfono in faccia. Un sacrario. Un luogo della memoria di questo benedetto paese.