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Netflix sfida “Gabo” e prova a portare Cent'anni di solitudine sullo schermo

La prova è particolarmente attesa perché, dopo tante riuscite pellicole tratte dai suoi libri, Gabriel García Márquez scrisse il romanzo in modo che “fosse difficile da trasformare in film”

8 Marzo 2019 alle 13:32

Netflix sfida “Gabo” e prova a portare Cent'anni di solitudine sullo schermo

Il sogno, dipinto a olio su tela realizzato nel 1910 dal pittore francese Henri Rousseau il Doganiere

Tra le varie serie su Pablo Escobar e la israeliana “Quando gli eroi volano”, su Netflix ormai spopolano i telefilm ambientati in Colombia. Partendo forse da questa constatazione, adesso il colosso della tv via Internet ha deciso di puntare sull’opera colombiana più famosa di tutte: nientemeno che “Cent’anni di solitudine”, il libro che nel 1967 consacrò tutti assieme Gabriel García Márquez, la generazione del cosiddetto Boom letterario latino-americano e la poetica del realismo magico.  Non a caso, l’annuncio che “Netflix ha acquistato i diritti per sviluppare l’amata e acclamato romanzo, considerato una delle opere più importanti del secolo XX, in una serie originale in spagnolo” è stato dato il 6 marzo: data in cui “Gabo” avrebbe compiuto i 92 anni. In base all’accordo con la famiglia dello scrittore saranno i figli Rodrigo e Gonzalo i produttori esecutivi della saga, che dovrà essere realizzata nella sua gran parte in Colombia.

  

   

La sfida è particolarmente attesa, perché a quanto pare Gabriel García Márquez non solo non voleva che il suo capolavoro andasse al cinema, ma addirittura lo avrebbe scritto in modo che non potesse essere trasposto. Il che suona abbastanza paradossale, per un autore cinematografico come pochi. Almeno otto film sono stati tratti infatti da suoi libri. I più noti “Cronaca di una morte annunciata”, diretto nel 1987 da Francesco Rosi e con un cast che comprendeva Ornella Muti, Gian Maria Volonté, Irene Papas, Anthony Delon, Rupert Everett e Lucia Bosè; e “L'amore ai tempi del colera”, diretto nel 2007 da Mike Newell, e con protagonisti principali Javier Bardem e Giovanna Mezzogiorno, oltre che con due canzoni di Shakira nella sigla. Ma in Italia arrivò anche “Nessuno scrive al colonnello”, diretto nel 1999 dal messicano Arturo Ripstein, e con Salma Hayek. E poi sono stati girati parecchi film che hanno avuto appunto una circolazione latino-americana. Il primo fu nel 1965  “En este pueblo no hay ladrones”, con gli straordinari cameo dello scrittore Juan Rulfo, del caricaturista Abel Quezada e del giornalista Carlos Monsiváis come giocatori di domino, dell’ateo regista Luis Buñuel come prete e dello stesso García Márquez come addetto alla cassa di un cinema. Poi ci furono “La viuda de Montiel” nel 1979, “Eréndira” nel 1983,  “Del amor y otros demonios” del 2009 e anche “Memoria de mis putas tristes” del 2012.

  

  

La gran parte di questi film ebbero l’impulso e la collaborazione dello scrittore. E va ricordato che dopo aver approfittato negli anni ’50 di un periodo di corrispondente a Roma per iscriversi al corso di regia nel Centro Sperimentale di Cinematografia a Cinecittà “Gabo” quando poi negli anni ’60 andò in Messico per un bel po’ sbarcò il lunario appunto scrivendo soggetti cinematografici. Da qui, appunto, anche quel primo film da una sua opera. Ma il tema è stato studiato espressamente da Nicolás Pernett. Secondo questo ricercatore e biografo, “Cent’anni di solitudine” era stata appunto “una reazione al modo del cinema”, che dopo averlo tanto attratto stava ora venendogli un po’ in stanchezza. Dunque, sarebbe stato scritto espressamente “per giocare contro molte delle convenzioni del cinema”, scrivendo apposta in modo non cinematografico. Insomma, “gli venne l’ispirazione per un romanzo che fosse difficile da trasformare in film”: dalla scansione cronologica ai monologhi dei personaggi o a certe scene chiave. 

   

Malgrado ciò Anthony Quinn a fine anni ’70 avrebbe provato a fargli la proposta, offrendogli un milione di dollari. Ma tra i due esistevano dissensi ideologici e l’attore non avrebbe rispettato la richiesta di tenere la trattativa segreta, per cui fu smentito. Poi i due fecero pace ma l’idea non andò più in porto, e Gabo tenne anche a far sapere che aveva già rifiutato 2 milioni per un’altra proposta. Ci scrisse sopra anche un articolo, nel 1982. “Il mio desiderio è che la comunicazione con i miei lettori sia diretta, attraverso le lettere che io scrivo per loro, in modo che loro si immaginino i personaggi come vogliano, e non con la faccia prestata da un attore sullo schermo. Anthony Quinn, con tutto il suo milione di dollari, non sarà mai per me né per i miei lettori il colonnello Aureliano Buendía”.

   

Una specie di fissazione, se si pensa appunto che molte altre storie le avrebbe invece fatte filmare, e che avrebbe anche creato una scuola di cinema e televisione a Cuba per il suo amico Fidel Castro. Pernet ricorda però che appunto in questa scuola spingeva gli allievi a dedicarsi alla tv piuttosto che al cinema, “prevedendo l’enorme potenziale che avrebbe potuto avere”. La tv via web ha un potenziale ancora più enorme, e i figli devono essere più malleabili del padre. Comunque, la serie è prevista per il 2020.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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