AI pubblica?
I governi non sono più il peggiore incubo delle Big Tech
Da Amodei e Altman a Severgnini e Conte. La politica chiede il controllo dello stato, i ceo delle grandi aziende cercano di mettersi al riparo da possibili cause legali. Chiarimenti sul dibattito sul tema “nazionalizzazione”
22 SET 26

Foto ANSA
Nella kermesse Nova2026, il M5s prende posizione sull’intelligenza artificiale e lo fa reclamandone, addirittura, una di stato. Il punto 14 del programma recita infatti “Intelligenza artificiale di Stato, perché le nostre istituzioni pubbliche non siano condizionate dallo strapotere delle Big Tech”. L’espressione confonde due distinti piani: l’intervento statale nel finanziamento, nella creazione, nella gestione e nella supervisione dei modelli di IA, e dall’altro lato la sovranità tecnologica. Questa passa per il mantenimento dei dati sotto governance italiana, per la sicurezza e la verificabilità dei processi di innovazione, e tutto ciò potrebbe essere in ipotesi garantito anche da società private italiane o europee, non per forza dallo stato.
Una suggestione, quella del M5s, che sembra risentire del dibattito sulla sicurezza dei modelli di IA e sui potenziali rischi esistenziali in corso negli Usa e che ha portato con sé anche il tema della “nazionalizzazione” delle grandi società leader del settore. Dario Amodei di Anthropic, nel saggio We Must Pace the Frontier, evoca l’intervento statale molte volte: per la definizione di un framework normativo capace di contenere spinte distruttive e rallentare una corsa sempre più accelerata, per un coordinamento globale al fine di stabilizzare la sfida tra paesi evitando di trasformarla in una guerra fredda tecnologica, per costruire meccanismi di valutazione e di scrutinio interni ai laboratori di frontiera. Anche Sam Altman di OpenAI è favorevole alla definizione di una cornice regolatoria federale per controllare le realtà più potenti del settore tecnologico e a una maggiore presenza statale. Nessuno di loro evoca concetti come la “nazionalizzazione”, ma il tono generale appare anni luce distante da quella Silicon Valley che sembrava storicamente guardare al governo come al diavolo in persona. In apparenza.
Perché ad andare a vedere il bluff, per usare un gergo pokeristico, è il ceo di Palantir Alex Karp: intervistato nel programma della Cnbc Squawk on the Street, Karp ha sostenuto che società come Anthropic e OpenAI hanno iniziato improvvisamente a parlare di intervento governativo per traslare le loro responsabilità giuridiche, ad esempio in tema di violazione del diritto d’autore, e per avere garanzie di consolidamento finanziario ora che i modelli open-weight stanno mettendo in crisi le loro casse. “Molti dei nostri clienti – dice Karp – finiranno per fare causa a queste società se non interviene un processo di nazionalizzazione”. In documenti processuali concernenti la vicenda che oppone OpenAI al New York Times, emersi di recente, si parla del “più grande furto di lavoro intellettuale” mai visto. Allo stesso tempo OpenAI ha rimandato la sua ipo. Segno che il cielo non è più poi così terso in chiave finanziaria.
Il dibattito, però, al netto di aspetti strumentali, merita di esser precisato visto che inizia a tracimare anche in Europa e in Italia, vedasi la posizione del M5s o l’articolo di Beppe Severgnini sul Corriere della Sera “Nazionalizzare l’AI: si può, anzi si deve”. Karp nel suo libro “La repubblica tecnologica” scrive: “Sarà necessaria l’unione tra stato e industria del software perché gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e nel resto del mondo mantengano il proprio predominio”. Karp parla di collaborazione e di cooperazione, non di una statalizzazione. Ricordando le origini della Silicon Valley, finanziata dal dipartimento della Difesa e operando sin dalla fondazione di Palantir anche in settori di esclusiva pertinenza statale, come sicurezza e difesa, la prospettiva di Karp è quella di rinvigorire lo stato grazie alla tecnologia e rendere, simmetricamente, meno consumeristica la sfera societaria del tech. Che non si tratti di nazionalizzazione o di completo controllo politico mediante partecipazione pubblica, nemmeno a fronte di acquisizione di quote da parte del governo come nel caso Intel, lo si capisce bene quando si entra nel lato operativo dell’unione tra sfera statale e industria tech. A giugno 2026, Pete Hegseth ha nominato nel board della difesa del Pentagono diversi esponenti della Silicon Valley, da Marc Andreessen a Blake Masters, pupillo di Peter Thiel. Un altro caso, vastamente analizzato dal cto di Palantir Shyam Sankar nel suo libro Mobilize è il progetto Maven, fiore all’occhiello di ciò che potrebbe intendersi per una “IA militare di stato”: l’intervento statale si è tradotto in finanziamenti e supervisione periferica, lasciando poi le grandi società, tra cui la stessa Anthropic che ha integrato nel 2024 Claude nell’infrastruttura creata da Palantir, libere di sviluppare il progetto. Tanto è vero che il responsabile militare del progetto, il colonnello Drew Cukor, è divenuto ben noto per aver spazzato via lungaggini burocratiche ed eccesso di controlli. L’esatto opposto della “IA di stato” reclamata dal M5S o da alcuni opinionisti che, invece, ricorda un po’ il modello non proprio esaltante della “Netflix della cultura italiana”.