I piccioni di Zuckerberg. Gli studi dietro la dipendenza da social

La dopamina sosteneva Michelangelo e Napoleone, ora ci incolla agli schermi e produce l’effetto devastante dell’appiattimento cognitivo con la prevedibile deriva della facile suggestionabilità e declino delle fondamentali capacità di critica e di giudizio
5 SET 26
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Foto di Jonas Leupe su Unsplash

Il 4 febbraio del 2004 un ragazzo dai capelli rossi, di origine ebraica, studente ad Harvard, figlio di un dentista e di una psichiatra, fonda un sito internet che chiamerà Facebook. L’idea, sviluppata insieme a un gruppo di suoi amici, ebbe un successo immediato e travolgente. In pratica la piattaforma era finalizzata a far incontrare le persone, facilitare la comunicazione tra di loro, trasmettere informazioni sulle proprie attività, creare meccanismi di promozione senza apparente fine di lucro, ritrovare vecchi amici che la vita aveva disperso da qualche parte, sviluppare la curiosità sui fatti altrui, caricare videoclip ed altre cose ancora. Oggi Facebook registra circa tre miliardi di utenti nel mondo, interconnesso nell’arco di un mese, diventando negli anni una ricchissima impresa che fa soldi con i like che ognuno mette sui diversi profili visitati. Tuttavia, di recente, negli Stati Uniti 29 stati hanno fatto ricorso contro la società Meta – che include Instagram e Whatsapp – posseduta dal suo fondatore Mark Zuckerberg, accusandola di essere al corrente dei potenziali danni causati agli utenti dagli algoritmi e dai loro social network e di non aver fatto abbastanza per limitarli, anteponendo i guadagni al benessere dei fruitori minorenni. La vicenda, allo stato attuale, ormai alla conoscenza di tutti, si è conclusa con un risarcimento di 18 miliardi di dollari, da versare ai diversi stati, dalla società accusata. Fin qui la cronaca giudiziaria. Ma la domanda vera della diffusione di Facebook è la seguente: cosa ha determinato il suo successo planetario? Potremmo dire la facilità nell’usarlo, il senso di appartenenza a un gruppo, il promuovere la propria espressione personale, attraverso la condivisione di foto, luoghi visitati, piatti ordinati in un ristorante, un libro letto e molto piaciuto, gli auguri per il compleanno, notizie di cronaca, immagini di cani e di gatti, serpenti e uccelli, tramonti e monumenti memorabili, ricorrenze e volti di defunti, poesie.
Meta ha pagato per aver saputo dei potenziali danni provocati dagli algoritmi e non aver fatto abbastanza per limitarli. Ma resta una domanda
Fin qui l’ovvio di qualcosa alla portata di tutti, inclusi analfabeti, insufficienti mentali, fanatici, burloni e coltissime personalità. Una piattaforma nella quale tutti possono avere spazio, anche per un attimo. Un trionfo della democrazia si potrebbe pensare. Ma dietro a questo straordinario fenomeno, a distanza di due decenni dalla sua nascita, si comincia a capire, senza essere per forza scienziati, dove si annida esattamente la ragione del suo travolgente successo. Ed è qui che entra in gioco un meccanismo della mente umana che gestisce, attraverso un’evoluzione di milioni di anni, la dimensione del piacere o, per meglio dire il circuito della ricompensa (reward system) attraverso il quale un gruppo di strutture cerebrali regola la motivazione, il piacere e l’apprendimento tramite connessioni associative. Questo raffinatissimo sistema è quello che ha portato alla gloria personaggi storici come Alessandro Magno, Giulio Cesare, Gengis Khan, Marco Polo, Michelangelo Buonarroti, Napoleone Bonaparte. In pratica dietro questo meccanismo ci sta una sostanza prodotta dal nostro cervello che si chiama dopamina. Cercheremo allora di spiegare come funziona il tutto: quando si vive un’esperienza piacevole il circuito cerebrale rilascia dopamina che è il principale neurotrasmettitore del benessere. La scarica di dopamina crea una sensazione di gratificazione che spinge a ripetere il comportamento gratificatorio che si chiama rinforzo, come accade per esempio nell’uso di cocaina. Tale meccanismo, nella scala evolutiva, ha aiutato l’essere umano a ricordare e apprendere le attività necessarie alla sopravvivenza come ha ben spiegato, introducendo il concetto di piramide, Abraham Maslow, descrivendo il comportamento adattativo motivato. Questo significa che attraverso la motivazione l’essere umano per sua natura cerca di soddisfare bisogni di diversa gerarchia. Secondo Maslow (1943) i bisogni più basilari, come la sopravvivenza, devono essere soddisfatti prima che una persona cerchi di soddisfare bisogni più elevati, come l’autorealizzazione. Questa gerarchia dei bisogni può influenzare direttamente i comportamenti di dipendenza, in cui le sostanze o le attività diventano strumenti per soddisfare bisogni fisiologici o emotivi immediati, trascurando altri sostanziali bisogni a lungo termine. Questa intuizione, sebbene datata, è di fondamentale importanza se si vuole capire come Facebook e altri social abbiano avuto un successo planetario.
Il meccanismo per cui ripetiamo un comportamento gratificatorio ha aiutato l’essere umano ad apprendere le attività necessarie alla sopravvivenza
Questa piattaforma piace perché, in prima istanza, si può usare con facilità, rappresenta una sede di apparente svago in grado inoltre di soddisfare bisogni psicologici e sociali attraverso una miscela di connessione, abitudine e rapida gratificazione. Infatti aiuta a mantenere i contatti con amici, vecchie conoscenze e famigliari. Permette altresì di condividere pensieri, espressioni, momenti importanti della vita personale, anche intima si direbbe, e fotografie rinforzando un senso di appartenenza attraverso la messa in comune di passioni e svariatissimi interessi specifici che vanno dalla letteratura, allo spiritismo, dai collezionisti di auto d’epoca, agli allevatori di cirnechi dell’Etna, dai motociclisti alle pagine esoteriche, dalla cronaca in tempo reale all’ultima sceneggiata dei maranza filmata tra le strade di Milano, Napoli o Palermo, dalle parate dell’ultra destra all’ultimo naufragio di migranti. Accade pertanto che, quando una persona pubblica qualcosa di suo, i numerosi “mi piace” che riceve attivano nel cervello un senso di gratificazione immediata (attraverso il rilascio di dopamina), conferendo all’individuo la sostanza della propria esistenza, con la consapevolezza più o meno evidente, che da qualche parte della terra qualcuno si sta interessando a lui ed alle sue comunicazioni. Così, scomodando Cartesio, potremmo dire like ergo sum. Anzi più i mi piace sono moltiplicati e numerosi più il senso di autostima edifica la propria bandiera anche nelle contrade più remote, nelle periferie degradate, all’ultimo piano di una holding multinazionale o al tavolo di un ristorante. In definitiva questa dinamica ripercorre vecchie abitudini umane e del suo comportamento che in maniera elementare potremmo sintetizzare in un semplice pensiero: più mi sento gradito, più mi sentirò importante, più amici ho sul mio profilo, più apparterrò a questa comunità virtuale, disconoscendo molto spesso la differenza che esiste tra il comunicare, in termini reali e presenti, e il trasmettere, ignorando in sostanza chi veramente sta dall’altro smartphone attivo.
La ripetizione dei like sui social ci porta a ignorare la differenza che esiste tra il comunicare, in termini reali e presenti, e il trasmettere
Tuttavia da diversi anni ormai gli psicologi considerano i social network uno strumento fortemente ambivalente, capace di offrire grandi opportunità di connessione ma anche di innescare dipendenza, ansia e distorsioni dell’identità. Non è un caso che è stato coniato, da Ivan Goldberg e da Kimberly Young, già a partire dal 1995, l’acronimo di IAD che vale per Internet Addiction Disorder. In pratica si tratta di un disturbo che si caratterizza per l’eccessivo e incontrollato uso della rete e social network con caratteristiche di compulsività che può interferire con il lavoro, la scuola, le relazioni sociali, la vita quotidiana. In realtà si tratta di una vera e propria dipendenza in quanto si passa sempre più tempo ad essere connessi per provare un senso costante di appagamento. Nei casi in cui non si può usare la rete moltissimi di questi individui accusano un evidente senso di vera e propria astinenza, con agitazione, cattivo umore, ansia, senso di noia. Scomodando Ovidio possiamo dire nec sine te nec tecum vivere possum, dovendo per forza di cose ammettere che purtroppo indietro non si può tornare in quanto la tecnologia, e tutto quanto vi sta dietro, è in una crescita storica esponenziale, favorendo paradossalmente l’isolamento, la riduzione delle relazioni sociali, dello sport e degli hobby in generale con l’aggravante dell’incapacità di smettere di navigare anche di fronte a problematiche oggettive evidenti. Sappiamo infatti, anche grazie a studiosi come Cal Newport e Bruno Patino, che le aziende produttrici sia di smartphone che di applicazioni (es. Facebook) hanno lavorato per anni per creare delle “esche” in modo tale da indurre l’utente a non staccarsi mai dal dispositivo, impiegando veri e propri “ingegneri dell’attenzione”, con la specifica finalità di distogliere l’attenzione dell’utente da quello che sta facendo e portarlo a visionare il contenuto del social network. Questa dinamica tecnicamente costituisce il “capitale di attenzione” che ogni azienda cerca di procurarsi. Si parla quindi, con una certa evidenza, di economia dell’attenzione (attention economy).
Ritorna pertanto la dopamina indiscussa regina delle nostre aree cerebrali, che vanno sotto il titolo di cervello emotivo, allocate nel sistema limbico, nel mesencefalo, nella corteccia prefrontale, nel nucleo accumbens, nell’amigdala, dirigendo fortemente la sua specifica funzione di gradimento, soddisfazione, curiosità, attenzione, dipendenza, euforia, effimera contentezza, coazione a ripetere dentro la grande sinfonia della ricompensa. Questo fa sì che siamo diventati tutti come i piccioni di Burrhus Frederic Skinner, esperto di comportamentismo il quale, sfruttando il meccanismo della gratificazione, ha dimostrato come i suoi piccioni diventassero dipendenti da quello specifico meccanismo. Fruitori siamo diventati, quindi, di elementari individualismi senza però mai approdare a grandiose imprese portate avanti (sempre sostenute dalla dopamina) da personaggi come Alessandro Magno, Michelangelo Buonarroti, Napoleone Bonaparte. Anzi potremmo dire che le cose stanno al contrario. L’eccessivo uso dei social, rispetto alle ore dedicate, soprattutto nelle giovani generazioni, produce l’effetto devastante dell’appiattimento cognitivo con la prevedibile deriva della facile suggestionabilità e declino delle fondamentali capacità di critica e di giudizio. In sostanza il riuscito esperimento globale nel produrre moltitudini di zombie telematici. Non è un caso, in realtà, come in uno dei paesi più tecnologicamente avanzati come il Giappone sia stata coniata la sindrome di Hikikomori nella quale, tantissimi ragazzi, si ritirano completamente dalla vita sociale, chiudendosi nella propria stanza e comunicando solo attraverso il web, isolati, irritabili, alterati nel ritmo sonno-veglia, con la paura di essere tagliati fuori dal circuito virtuale (Fear of Missing Out).
L’eccessivo uso dei social produce l’effetto dell’appiattimento cognitivo, la facile suggestionabilità e il declino di capacità di critica e di giudizio
A questo punto, dopo tanto descrivere, è necessario fare alcune puntualizzazioni. Se è vero che indietro non si torna è pur vero che possano esistere delle varianti attraverso le quali quello che viene considerato certo e prevedibile, con mirabilie statistiche, può essere messo in crisi, senza invocare una palingenesi collettiva. L’uomo sappiamo è dentro la natura e riesce ancora a incantarsi dentro a un bosco, un tramonto, un primo bacio, un risultato negli studi, un viaggio a piedi, oppure quando scopre che può anche nuotare, sebbene nato bipede. Le sue grandi risorse, rispetto al resto degli esseri viventi, sono l’immaginazione, i sentimenti, le sfide, le capacità di soffrire e di resistere, l’adattamento a condizioni estreme. Un bellissimo libro, uscito qualche anno fa, dal titolo italiano Il cigno nero, di Nassim Nicholas Taleb, filosofo e matematico, introduce il concetto di come l’improbabile governa la nostra vita. Allora è possibile immaginare, forse romanticamente, un prossimo mondo dove ancora grazie a varianti ignote, si possono ancora scompaginare tutte le carte, le sottomissioni tecnologiche e le abitudini, in cui gli individui possano tornare a sorridere insieme, sentire i loro respiri, bere un bicchiere di vino, incantarsi di fronte ad una raganella dal verde irripetibile, osservare in cielo il triangolo estivo e la costellazione di Orione, sentire l’odore del grano appena mietuto e andare a piedi presso la sacra croce di Pastonello in Sicilia.