Oltre il patteggiamento. Le domande aperte su Meta e la salute mentale dei minori

La transazione conclude il contenzioso e limita i danni, ma individua il rimedio a un problema che è ancora tutto da indagare
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In borsa il titolo è salito. Il mercato l’ha presa bene. I comunicati dei procuratori generali americani hanno presentato il settlement con Meta come una svolta storica: miliardi di dollari e nuove regole a tutela dei minori. La transazione conclude il contenzioso senza risolvere il dubbio che lo aveva reso possibile: se, quanto e attraverso quali meccanismi queste piattaforme provochino un danno alla salute mentale dei minori. E’ bene ricordare che l’oggetto del contendere era questo: non un disagio variamente definito, ma un danno alla salute mentale.
Un accordo può essere politicamente soddisfacente, economicamente razionale e prudenzialmente utile. E tuttavia non equivalere a un’ammissione di colpevolezza. Meta non ha ammesso responsabilità e la causa non è arrivata a un accertamento finale nel quale prove, esperti e contraddittorio fossero valutati fino in fondo. Ha prevalso una logica di minimizzazione del danno da parte dell’azienda e di cautela da parte della controparte. Si è trovato un rimedio prima di aver stabilito con sufficiente precisione quale fosse il problema.
La struttura delle misure lo mostra bene. Un limite giornaliero di due ore, un blocco notturno, restrizioni su like, filtri e meccanismi di engagement possono avere una logica prudenziale, ma non derivano automaticamente da una relazione dose-risposta scientificamente stabilita. Perché due ore dovrebbero essere una soglia di sicurezza? Che danni si verificano a partire dalla terza? Non l’ha dimostrato nessuno. I social non sono come le vecchie TV locali dopo la fine della “fascia protetta”: che vi siano rischi che iniziano a mezzanotte e finiscono alle sei è un’ipotesi curiosa.
L’oggetto del contendere era questo: non un disagio variamente definito, ma un danno alla salute mentale
Ovviamente, le politiche pubbliche sono piene di limiti convenzionali introdotti in presenza di incertezza. Le convenzioni non hanno bisogno di essere “giuste” ma di funzionare, cioè di essere accettate, quali convenzioni. Una certa soglia può essere adottata semplicemente perché rassicura l’opinione pubblica. Non è poca cosa. Il rischio però è confondere questo genere di prassi con la soluzione di un problema la cui esistenza avrebbe dovuto essere accertata dal processo.
Il caso dei like è emblematico. Dovrebbe essere limitata la visibilità pubblica dei “like” associati a un determinato contenuto. E’ una soluzione che negli esperimenti interni di Instagram aveva mostrato effetti limitati sulle comparazioni sociali negative. Ora entra nel pacchetto di obblighi per i minori. Produrrà benefici, per quegli utenti? Oppure gli effetti si riveleranno troppo modesti? Nel processo concluso dall’accordo si è discusso a lungo se il coinvolgimento del sistema dopaminergico bastasse a dimostrare un meccanismo di dipendenza specifico legato ai like. La dopamina accompagna qualsiasi esperienza gratificante, dal cibo alla musica al gioco, e dire che un contenuto “coinvolge la dopamina” non è più informativo che dire che coinvolge il battito cardiaco. Rimuovere il contatore dei like intacca un sintomo plausibile, non un meccanismo accertato.
Il settlement prevede meccanismi di verifica degli esiti ma, in qualsiasi ricerca, prima delle risposte sono le domande che contano. Mancano, almeno nel quadro pubblico dell’intesa, endpoint prestabiliti, gruppi di confronto costruiti per isolare gli effetti e un impianto che consenta di distinguere il miglioramento prodotto dalle misure dalle tendenze già in corso. E’ possibile che stare meno davanti al cellulare possa produrre effetti positivi per i più giovani. Se ci mettiamo dalla parte della saggezza popolare, è senz’altro così. E’ probabile che se meno tempo sui social equivale a più tempo passato all’aria aperta, con dei coetanei, ci siano, per esempio, miglioramenti dal punto di vista dell’umore e della capacità relazionale. Questo confermerebbe l’impianto accusatorio?
Una policy non è un farmaco. Ma se la sua giustificazione è formulata in termini di salute mentale, l’assenza di una strategia robusta di valutazione diventa più, non meno, rilevante.
Per introdurre una restrizione è sufficiente che un rischio sia socialmente credibile e politicamente urgente. Per rimuoverla, occorrerà invece dimostrare che non serve, oppure assumersi il costo politico di apparire meno protettivi verso i minori. E’ la ragione per cui siamo circondati da norme anacronistiche, sopravvissute ai problemi che volevano risolvere.
L’accordo ha una sua impeccabile razionalità. I procuratori generali ottengono denaro, misure visibili e un risultato politicamente comunicabile. Meta riduce un rischio processuale enorme, stabilizza parte dell’esposizione finanziaria e contribuisce a definire uno standard che, se adottato dai concorrenti, può distribuire i costi di compliance sull’intero settore. Entrambe le parti hanno ragioni razionali per preferire il settlement a una sentenza.
E’ il paradosso del contenzioso di massa. Quando il rischio economico cresce abbastanza, la transazione può diventare razionale anche per una parte convinta di poter vincere sul merito. Il pagamento non misura la colpa: misura il prezzo dell’incertezza. Per lo Stato, a sua volta, un accordo molto ricco può essere preferibile a una vittoria futura ma incerta, soprattutto quando consente di ottenere subito strumenti che rispondono a una forte domanda politica. Le due parti possono quindi avere convenienza a chiudere proprio il processo che avrebbe potuto chiarire la questione di fondo.
L’effetto si amplifica quando la dimensione finanziaria dell’accordo viene trasformata, nel discorso pubblico, in una scorciatoia epistemica: hanno pagato molto, dunque la tesi era vera.
C’è da chiedersi quali saranno gli effetti sulle modalità di regolazione di tecnologie complesse. L’Ue ha già chiesto a Meta di adeguare le sue passi anche in Europa. E’ comprensibile che si adottino regole prudenziali, soprattutto quando sono coinvolti minori. Ma la prudenza va distinta dalla pretesa di avere già dimostrato il meccanismo del danno e dovrebbe incorporare strumenti capaci di correggersi alla luce dei risultati.
Bisognerebbe evitare che la forza politica di un accordo venga scambiata per la forza epistemica di una prova. La transazione ha risposto alle aspettative più immediate della politica e del mercato: ridurre l’incertezza, mostrare azione, distribuire costi, chiudere una parte del conflitto. Ma la domanda più difficile resta aperta. Finché non verrà trattata come una domanda empirica, continueremo a sapere con grande precisione che cosa vogliamo vietare senza sapere con la stessa precisione perché.