Dubbi sul processo a Meta

Dipendenze e design. Perché è meglio correggere un prodotto che vietarlo

20 AGO 26
Immagine di Dubbi sul processo a Meta
A Oakland il processo a Meta chiede risarcimenti vicini ai 1.400 miliardi di dollari, quasi il valore di Borsa dell’azienda. Le accuse dei quattro stati che aprono il procedimento riguardano scelte di prodotto precise: conteggio dei like, notifiche, algoritmi tarati per massimizzare il tempo di permanenza, raccolta di dati su bambini sotto i 13 anni senza consenso dei genitori. Il danno documentato non è un’invenzione retorica dell’accusa. Uno studio interno del 2019 registrava che un adolescente su cinque si sentiva peggio dopo aver usato Instagram, un altro del 2021 quantificava bullismo e contenuti violenti visti in una settimana, e una mail tra dipendenti descriveva il prodotto come una droga. Un giudice ha già stabilito che gli avvocati di Meta tentarono di far sparire parte di quelle ricerche. Ciò non toglie che il processo sia viziato da alcuni difetti più di contenuto che di forma: innanzitutto, colpisce il design, non l’accesso in sé. Quando un tribunale stabilisce che un prodotto è difettoso, il rimedio più efficace è correggerlo, invece che vietarlo a un’intera fascia d’età: nessuno toglie le automobili ai diciottenni se un costruttore viene condannato per un airbag difettoso. Vale lo stesso per un algoritmo che sfrutta la vulnerabilità di un adolescente. Si cambiano i default, si disattiva la personalizzazione più aggressiva, e il prodotto resta a disposizione di chi lo usa in modo sano.
Il precedente californiano di marzo (tre milioni di danni compensativi riconosciuti a una famiglia più altrettanti punitivi) dimostra insieme a questo processo che la responsabilità civile sta già facendo il lavoro che un divieto dovrebbe fare, istruendo i fatti caso per caso invece di legiferare per approssimazione. Un eventuale ban, infine, è quasi contraddittorio: la difesa di Meta contesta le stime dell’accusa sui minori iscritti (centomila secondo l’azienda, molti di più secondo gli Stati), palesando quanto sia debole qualunque sistema di verifica dell’età. Vietare l’accesso richiede identificare l’età con certezza, cioè raccogliere più dati sensibili sui minori: esattamente il comportamento per cui Meta è oggi sotto processo.