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C’è un’emergenza sicurezza nel mondo digitale
Minori da tutelare dalle derive del web. Più controlli da parte delle piattaforme social. Una legge per rispondere alle ansie delle famiglie

Foto Getty Images
Cose che i nostri figli possono aver visto nell’ultimo anno sul web: il suicidio in diretta di un ventenne, la strage in una scuola compiuta da un uomo armato di mitra, l’istigazione al suicidio di una diciassettenne da parte di un branco di follower che la perseguita con screenshot contraffatti, bullismo di massa contro bambini o adolescenti troppo grassi, troppo strani, troppo isolati. E ancora: immagini porno da una delle centinaia di piattaforme che eludono le norme sul divieto ai minori, elogi dello stupro, video su studenti che aggrediscono professori con migliaia di like, sfide potenzialmente mortali e ad alto tasso imitativo, come sdraiarsi su una tavola sui binari ferroviari, fare train surfing, cioè viaggiare aggrappati all’esterno di un autobus o di un treno, sfide del cibo o del digiuno, contenuti di propaganda dell’anoressia, con strategie per ingannare la fame e nascondere il deperimento a familiari e amici.
L’elenco potrebbe continuare. Personalmente, credo che il prossimo intervento sulla sicurezza del governo – subito dopo il decreto contro le baby gang – dovrebbe essere dedicato a questa emergenza, che è reale, consistente, drammatica per migliaia di famiglie e di insegnanti: la malaeducation delle piattaforme contrasta ogni giorno con gli sforzi educativi di chi ancora ci prova: le famiglie, la scuola, le istituzioni con il loro impegno pedagogico e valoriale. Il Flash Eurobarometer 579, condotto tra il 30 marzo e il 16 aprile 2026 su 26.297 adolescenti europei tra 13 e 18 anni e 12.750 genitori in tutti i 27 stati membri, documenta la relazione tra tempo di esposizione agli schermi, uso dei social e conseguenze sulla salute psicologica dei minori. Gli adolescenti europei trascorrono in media 4,5 ore al giorno davanti allo schermo nei giorni di scuola e 6,1 ore nei fine settimana. Il 14 per cento supera le 10 ore giornaliere, vale a dire più della metà delle ore di veglia. Chi ha iniziato a usare i social media prima dei 10 anni raggiunge 7,5 ore nel weekend, contro 5,7 ore di chi ha cominciato dopo i 14. Anche in termini quantitativi, la formazione personale tramite social eguaglia o supera quella appresa sui banchi di scuola o a contatto con i genitori.
Il centrodestra, che della sicurezza ha fatto la sua bandiera, può e deve estendere questo concetto fuori dai confini dei tradizionali ambiti di intervento. Il mondo digitale non è più “altro da noi”, è qualcosa che incrocia la vita vera, ciò che accade nelle strade, nelle città, nelle famiglie. E la responsabilità di contenerne gli effetti negativi non può essere più scaricata sui genitori. Pochi giorni fa Ursula von der Leyen ha spiegato questo principio con un’analogia industriale: in Europa, chi sviluppa un prodotto è responsabile della sua sicurezza. I produttori di automobili devono rendere sicuri i loro veicoli: non ci aspettiamo che i bambini progettino le proprie cinture di sicurezza, né che i genitori installino gli airbag. Lo stesso deve valere per le big tech.
Personalmente condivido questa impostazione e infatti ho presentato una proposta di legge che va in questa direzione, messa a punto anche nel dialogo con esponenti delle principali piattaforme. Ho avviato una interlocuzione con gli amici della maggioranza, e li ho trovati tutti d’accordo sui tre capisaldi individuati, che sono in sintonia anche con gli orientamenti manifestati dall’Unione europea.
Primo, un sistema “blindato” di verifica dell’età per l’iscrizione alle piattaforme social, attraverso sistemi analoghi allo Spid o alla app europea che a breve consentirà agli utenti di provare la propria età senza condividere dati personali. Secondo, divieto di accesso alle piattaforme per i minori di 13 anni e accesso limitato e ‘protetto’ fra i 13 e i 16. Terzo, modifica degli algoritmi che creano dipendenza.
La mia proposta è ben lontana da ogni spirito “proibizionista”. Sono convinta che anche per le piattaforme la questione minori sia una sfida da affrontare: diventare “nemici” delle famiglie e degli insegnanti non è nel loro interesse. Su questo impegno si giocano la loro reputazione. Negli Stati Uniti sono già avviate migliaia di cause per lesioni personali. Il processo-pilota, intentato da una ragazza che aveva iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a nove anni e ne è diventata dipendente, si è concluso con la condanna delle piattaforme e un gigantesco risarcimento: 6 milioni di dollari. D’altra parte, tuteliamo i minori da strumenti pericolosi da quando esiste la civiltà. Vietiamo loro di acquistare alcolici o sigarette. Vietiamo loro di guidare auto o moto prima di una certa età. Vietiamo loro, su iniziativa dei sindaci, di entrare in orario notturno in certi locali o eventi. Nessuno ci trova nulla di strano. E la stessa cultura liberale non ha mai messo in discussione la necessità di specifici “scudi educativi” per i minori, anzi: è stato il quarto governo Berlusconi a istituire, su mia iniziativa, il Garante per l’Infanzia, con lo scopo di esercitare una specifica vigilanza sul rispetto dei diritti dei bambini e degli adolescenti.
Da oggi, c’è un motivo in più per rilanciare l’idea di un intervento legislativo in materia prima della fine della legislatura. Von der Leyen ha annunciato una proposta europea per l’autunno, indicandone le principali direttive che coincidono con quelle del disegno di legge da me presentato. L’Italia potrebbe essere il primo Paese ad approvare non una norma simbolica ma una legge chiara, efficace, rispondente al nuovo corso europeo in materia. Il rapporto “Child Safety Online” presentato a Bruxelles sul mondo composto da piattaforme social, video sharing, videogiochi online, app store e anche sistemi di AI, propone un intervento per fasce d’età. Per i bambini sotto i 3 anni raccomanda di evitare schermi e social media. Tra 3 e i 13 anni accesso limitato e consentito solo in condizioni circoscritte. Tra 13 e 18 anni, il criterio diventerebbe la disponibilità di ambienti sicuri by default, privi delle funzioni considerate più problematiche per uso compulsivo (come lo scroll infinito), esposizione a contenuti dannosi e contatti indesiderati. La raccomandazione più significativa è il rovesciamento dell’onere della prova. Non devono essere famiglie o regolatori a inseguire i danni a posteriori. Devono essere i fornitori di servizi digitali a dimostrare che i loro ambienti sono sicuri e appropriati per l’età prima di poter raggiungere i minori. Il rapporto lo dice esplicitamente: finché le piattaforme non dimostreranno che i loro servizi sono sicuri by design, l’accesso dei minori sotto i 13 anni ai social media e ad altri servizi digitali nell’Ue dovrebbe essere ristretto.
E’ esattamente lo spirito (e la lettera) della proposta da me formulata, e approfitto dell’ospitalità del Foglio per dire ai colleghi di maggioranza: possiamo essere avanguardia, su questo tema come su molti altri. Possiamo portare in Parlamento prima della fine della legislatura una legge seria, che risponda alle diffuse ansie delle famiglie. Una indagine di Eurobarometro condotta tra febbraio e marzo 2026 conferma una forte preoccupazione pubblica sui pericoli online (cyberbullismo, contenuti dannosi e sfruttamento) e la richiesta di un intervento istituzionale più severo. La maggioranza assoluta degli intervistati vuole un blocco o una restrizione. Solo uno sparuto 13 per cento preferirebbe lasciare la gestione unicamente nelle mani dei genitori e delle scuole. I dati riflettono fenomeni che ogni genitore conosce ma che gli studi statistici hanno attentamente quotato. Quasi un giovane su tre dichiara che i social lo fanno sentire stressato, triste o socialmente escluso. Circa un quarto degli adolescenti ha incontrato contenuti problematici online, inclusi discorsi d’odio (25%), contenuti violenti non richiesti (19%), contenuti sessuali non richiesti (18%), cyberbullismo o molestie (17%) e pressioni a condividere immagini intime (10%). La relazione tra durata dell’esposizione ai social e problemi di sonno, difficoltà di concentrazione, affaticamento, è rilevata da ogni fonte.
Possiamo essere i primi ad agire, i primi ad affrontare questa nuova “emergenza sicurezza”, senza aspettare di doverci accodare ad altri. Facciamolo, troviamo la strada per mettere a sintesi le diverse proposte presentate in Parlamento. Diamo una risposta vera alle famiglie, agli insegnanti, a noi stessi: è possibile, è giusto, è doveroso.
Mara Carfagna, deputata, segretaria di Noi Moderati