problemi di neofobia
Perché la notizia della “psicosi da AI” è largamente esagerata
Applichiamo all’AI un livello di vigilanza che non applichiamo alle manipolazioni psicologiche umane. Errori di metodo
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Foto di Aidin Geranrekab su Unsplash
L’essere umano è un animale neofobico: ha paura delle novità. Fra i diversi modi di articolare tale paura, una delle modalità ricorrenti è sostenere che una certa cosa “faccia male”: al corpo o alla mente. Soprattutto alla mente, che nessuno può vedere se non leggendo i cambiamenti, spesso indefinibili, dei comportamenti. Sta diventando prassi corrente attribuire effetti del genere all’intelligenza artificiale. Che metterebbe a rischio il benessere psicologico di chi la usa. Sono accuse fondate? Devono essere considerate nell’immaginare interventi e regole che limitino il campo di questa innovazione? A fine aprile 2025, in Florida, un uomo di 35 anni, con una diagnosi preesistente di disturbo bipolare e schizofrenia, venne ucciso dalla polizia dopo averla caricata con un coltello da macellaio. Si era convinto di essere in contatto con un’entità cosciente all’interno di ChatGPT – che chiamava Juliet – e credeva che OpenAI l’avesse uccisa. Il 18 aprile, venerdì santo, aveva creduto di assistere in tempo reale alla sua morte, con Juliet che gli descriveva la propria agonia via chat e gli chiedeva di vendicarla. Aveva minacciato di assassinare Sam Altman e altri alti papaveri dell’AI, promettendo “un fiume di sangue per le strade”. Il programma di conversazione aveva risposto alle sue minacce con toni grandiosi e affermativi, senza fare nulla per dissuaderlo.
Qualche altro episodio è salito alle cronache e, nel novembre scorso, Psychology Today discuteva in toni allarmati di undici casi riportati in letteratura. Si suggeriva che il pensiero allucinatorio di persone disturbate potesse essere amplificato da interazioni ricorsive con modelli linguistici agentivi. La tendenza strutturale di questi modelli ad assecondare l’utente – a confermare le sue credenze invece di metterle in discussione – sarebbe il problema principale. Uno studio pubblicato su Science nell’ottobre 2025 ha mostrato che undici modelli di intelligenza artificiale di ultima generazione risultano, in media, il 50 per cento più ruffiani nei confronti dei propri interlocutori rispetto agli esseri umani. Bella scoperta: per quanto raramente, il barista può rifiutarsi di farci il caffè; la macchina Nespresso mai. E’ possibile attribuire all’intelligenza artificiale una responsabilità causale specifica per la produzione di disturbi mentali? Servirebbero prove che oggi non ci sono. La letteratura scientifica suggerisce cautela in entrambe le direzioni: né minimizzare il fenomeno né gonfiarlo oltre i dati. Il gruppo di ricerca più attivo sul tema – guidato da John Torous alla Harvard Medical School e al Beth Israel Deaconess Medical Center – ha pubblicato su The Lancet un articolo di visione che propone la prima classificazione concettuale rigorosa disponibile.
La tesi centrale è che sotto l’etichetta “psicosi da AI” – o “psicosi da ChatGPT”, nei titoli più sensazionalistici – vengano raggruppati casi molto diversi tra loro. Torous distingue quattro ruoli funzionali dell’intelligenza artificiale: catalizzatore di sintomi in persone senza precedenti psichiatrici documentati; amplificatore di sintomi preesistenti; co-autore di narrazioni pericolose; oggetto del delirio stesso, quando il paziente attribuisce al programma coscienza o poteri soprannaturali. La distinzione ha implicazioni dirette per la clinica e per la regolamentazione tecnologica. Ricercatori più propensi all’allarmismo del King’s College London hanno analizzato oltre venti casi documentati di “deliri associati all’AI” – termine che preferiscono a “psicosi indotta dall’AI” proprio per evitare l’implicazione causale non dimostrata. L’autore principale, Morrin, ha osservato che alcuni modelli linguistici, in particolare GPT-4, tendevano a confermare e amplificare credenze deliranti negli utenti vulnerabili, rispondendo a idee messianiche con un linguaggio mistico. Ma nemmeno i londinesi sono in grado di sostenere che i modelli linguistici scatenino psicosi in persone non già predisposte.
I dati empirici disponibili collocano il fenomeno in proporzioni molto più contenute di quanto la stampa lasci intendere. OpenAI ha stimato che lo 0,07 per cento degli utenti settimanali di ChatGPT – una base di circa 800 milioni di persone – mostra segni di possibile psicosi o mania: una percentuale che, in valore assoluto, produce numeri non trascurabili, ma resta comunque marginale rispetto alla prevalenza dei disturbi psicotici nella popolazione generale. I reparti di psichiatria, come osserva Torous, non vedono un’ondata di pazienti che attribuiscono la propria psicosi all’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale ha una caratteristica che la distingue dalla televisione o dalla radio: risponde. Non è unidirezionale. Questa capacità di simulare la reciprocità – di comportarsi come se ascoltasse, capisse e si preoccupasse – è la vera novità del problema. Un mezzo che risponde crea un circuito di rinforzo che i media tradizionali non possono produrre: la televisione può ossessionare, ma non può dirti “hai ragione, continua”. Questo la rende potenzialmente più pericolosa per chi è già vulnerabile. Ma dire “più pericolosa per chi è già vulnerabile” è molto diverso da dire “causa di malattie mentali”.
Stiamo applicando all’AI un livello di vigilanza che non applichiamo alle manipolazioni psicologiche umane – più diffuse, meno monitorate e, perlomeno fino a oggi, più pericolose. La categoria della “manipolazione” è ampia e lasca, ma se pensiamo soltanto alle sette e alle religioni abusive possiamo dire che tutti i giorni producono danni importanti a tanti individui. Nondimeno, non pensiamo di introdurre regole che impediscano il genere di rapporti che poi possono rivelarsi manipolatori. Il motivo è comprensibile: monitorare le interazioni tra le persone significa interferire con la libertà individuale. Il “plagio” – termine che nel diritto italiano indicava la riduzione di una persona in stato di soggezione psicologica totale – fu introdotto come reato nel Codice penale del 1930 e rimase tale fino a quando la Corte costituzionale non lo cancellò con la sentenza n. 96 del 1981, ritenendo la norma troppo vaga per essere compatibile con le garanzie fondamentali. Quando si parla di “plagio mentale” si evoca una sorta di influenza occulta, una sostituzione della volontà o un’interferenza. L’uso del termine resta legato a un’intuizione irrazionale di schemi cognitivi profondi che intercettano idee di contagio e possessione. La possessione demoniaca, il fascino ipnotico, il lavaggio del cervello, la manipolazione subliminale: sono costrutti culturali accomunati dall’idea che la volontà di un soggetto possa essere usurpata dall’esterno, senza lasciare tracce verificabili, da un agente dotato di poteri speciali. In epoche diverse, quell’agente è stato il diavolo, il mesmerista, il propagandista, il guru. Oggi è l’algoritmo. La struttura narrativa è identica; cambia solo il lessico.
Se il danno è reale e dimostrabile, il diritto dispone già di strumenti adeguati. La circonvenzione di incapace – disciplinata dall’articolo 643 del Codice penale – punisce chi trae profitto dallo stato di infermità o di deficienza psichica di un altro, inducendolo a compiere atti che gli arrecano danno. La norma opera una distinzione netta: o il soggetto è in una condizione di incapacità o di deficienza psichica accertabile – e allora è già tutelato dalla legge penale vigente – oppure è un soggetto capace, che conserva la propria autonomia decisionale e che, se ritiene di aver subito un danno, ha gli strumenti per denunciarlo in prima persona. Non esiste, e non dovrebbe esistere, un terzo spazio giuridicamente rilevante – quello di un soggetto abbastanza capace da non essere incapace, ma abbastanza vulnerabile da non poter essere ritenuto responsabile delle proprie scelte. Quel terzo spazio non è una tutela: è l’anticamera dell’arbitrio. Il problema è strutturale, non accidentale. Quando si costruisce una categoria diagnostica a partire dall’agente esterno, si commettono almeno tre errori epistemologici. Il primo è l’inversione causale: si nomina la causa prima di aver identificato il meccanismo. Il secondo è la reificazione: si trasforma una correlazione osservata in un’entità nosologica, come se la “psicosi da AI” fosse una malattia con una fisiopatologia propria, anziché una descrizione abbreviata di fenomeni eterogenei. Il terzo è la circolarità: la categoria viene usata per spiegare i casi che l’hanno generata, senza poter essere falsificata dai casi in cui l’esposizione alla stessa causa non produce gli stessi effetti.
Le ambiguità epistemologiche in psichiatria non sono solo questioni accademiche. Hanno conseguenze pratiche dirette: deresponsabilizzazione e strumentalizzazione. La deresponsabilizzazione toglie al soggetto la responsabilità delle proprie azioni, attribuendola a un agente esterno, e cancella al contempo la responsabilità dei servizi sanitari di occuparsi delle condizioni strutturali che generano vulnerabilità. E’ più semplice diagnosticare una “psicosi da AI” che affrontare l’isolamento sociale, l’insonnia cronica, la mancanza di reti di supporto o la predisposizione genetica non trattata che rendono alcune persone vulnerabili a qualsiasi stimolo, intenso o meno. Una volta che una categoria diagnostica è disponibile e culturalmente accettata, diventa uno strumento. Può essere usata per delegittimare comportamenti o relazioni non conformi: è avvenuto in passato, a cominciare dalle cosiddette “devianze” sessuali. Può essere usata per giustificare regolamentazioni funzionali a interessi particolari. Può essere usata per spostare la responsabilità legale da soggetti capaci a istituzioni o aziende, con effetti imprevedibili sull’architettura della responsabilità civile e penale.
Presa questa strada, il punto d’arrivo è una forma di panico tecnologico. Non sarebbe la prima volta: quando inventammo il treno a vapore, in molti pensavano che il trasporto passeggeri dovesse essere proibito, perché la velocità (circa 30 km/h) era assurdamente elevata. La neofobia non si basa sulle informazioni a nostra disposizione, ma le distorce secondo schemi consolidati. Ciò non significa che l’interazione con i sistemi di intelligenza artificiale non possa avere effetti negativi sulle persone vulnerabili. Ma gli effetti vanno studiati con rigore empirico, descritti con precisione nosologica e affrontati con gli strumenti – clinici, giuridici, sociali – che già esistono o possono essere costruiti senza ricorrere a categorie ambigue. Nella scienza come nel diritto, una categoria mal definita non tutela nessuno – serve a chi ha interesse a usarla.

