Difendere le società aperte con l’AI si può. Gran lezione di Panetta

Il governatore della Banca d'Italia ribalta il paradigma sull’intelligenza artificiale e spiega perché l’AI può aiutare ad avere stati più efficienti, imprese più innovative, paesi più ricchi e democrazie più solide. Appunti anti lagna (anche alla politica)

30 MAG 26
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Poca lagna, poco catastrofismo, molte opportunità, molti percorsi da seguire e molte scorciatoie da evitare. Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panettanel suo tradizionale discorso di fine maggio, nelle famose considerazioni finali, ha scelto una strada rivoluzionaria e poco accademica per provare a ragionare intorno al futuro economico del nostro paese. Panetta ha costruito il suo intervento interamente sulla centralità dell’intelligenza artificiale, non limitandosi a mettere da parte l’approccio allarmistico sull’AI, che pervade ogni dibattito pubblico dedicato al tema, ma compiendo un’operazione importante e non scontata: considerare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale non come un satellite del nostro sistema solare, non come una questione accessoria da aggiungere alla fine dei discorsi pubblici, quando i ghostwriter hanno finito di preparare i testi del politico di turno e si ricordano solo alla fine che forse due parole sull’AI le devono dire, ma come la nuova stella del nostro sistema solare, intorno alla quale ruota tutto. E quando si dice tutto si intende tutto. Ruota attorno all’AI la crescita di ogni stato e di ogni continente, perché l’AI è il principale motore della produttività delle imprese, oggi e soprattutto nel futuro, e solo scommettendo sull’AI si potranno avere aziende più efficienti, lavoratori più produttivi, salari migliori e minori diseguaglianze. Ruota attorno all’AI anche la grande sfida del capitale umano, perché solo mettendo al centro del nostro sistema solare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale possiamo capire quanto sia cruciale avere a disposizione le giuste leve per creare talenti in grado di mettere l’AI al servizio dell’essere umano, come direbbe Papa Leone XIV, e non il contrario. Ruota tutto attorno all’AI anche la sfida della crescita delle imprese, perché gli imprenditori possono anche pensare che la loro crescita dipenda da quanto lo stato concederà loro, da quanti aiuti offrirà, da quanti sgravi sgancerà, da quanti ristori metterà in circolo. 
Ma la verità è che le imprese, per diventare ancora più grandi, dovrebbero non solo acquistare pacchetti per far entrare l’AI nelle proprie aziende: dovrebbero prima di tutto utilizzarla alla massima potenza, per crescere, prosperare, esportare, ambire a diventare più grandi. Ruota tutto attorno all’AI anche un rapporto sano tra lo stato, il mercato e il privato, perché non basta, quando si parla di AI, fare appello alle istituzioni pubbliche per regolare di più, normare di più, combattere i monopoli. Il vero ruolo che lo stato deve avere nella rivoluzione dell’AI non è intervenire per fermarla, ma investire per stimolare i settori ad alto valore aggiunto, la cui crescita può aiutare a far crescere anche gli stessi paesi che finanziano la ricerca e lo sviluppo. Per quanto riguarda l’Italia, il calcolo è semplice. La produttività del lavoro, dice Panetta, potrebbe aumentare di 0,2 punti all’anno con un’adozione lenta dell’AI e di oltre 1 punto con una diffusione rapida e pervasiva. E nello scenario migliore questi guadagni potrebbero più che compensare il calo del prodotto potenziale dovuto alla contrazione della popolazione in età da lavoro. Il messaggio è chiaro. Se un paese vuole migliorare i salari, deve puntare sulla crescita. Per migliorare la crescita, bisogna puntare sulla produttività. Per migliorare la produttività, bisogna puntare sull’intelligenza artificiale. Per puntare sull’intelligenza artificiale, bisogna coltivare i talenti. Per coltivare i talenti, bisogna avere uno stato desideroso di considerare l’intelligenza artificiale non come un mostro da evitare, come nei videogiochi, ma come un cavallo su cui montare. E per un paese come l’Italia il messaggio è chiaro. Un sistema produttivo poco innovativo esprime poca domanda di lavoro qualificato. Se la domanda di lavoro qualificato non c’è, i giovani investono meno in istruzione. Se mancano le competenze, le imprese adottano meno tecnologie. Se le imprese adottano meno tecnologia, il paese cresce meno, crea meno opportunità, spinge i giovani a cercare fortuna fuori dall’Italia.
Il messaggio di fondo che vive all’interno del discorso di Panetta ha a che fare non solo con una svolta puramente tecnologica ma prima di tutto con un cambio di paradigma politico. L’AI, nel dibattito pubblico, viene spesso associata, nel migliore dei casi, a un problema da governare e, nel peggiore dei casi, a un dramma da esorcizzare. Il ragionamento è quello che conoscete: l’AI è destinata a concentrare il potere del futuro nelle mani di pochi oligarchi e quando si crea un’oligarchia il rischio di ritrovarci un domani con un mondo dominato da estremismi populisti non può che aumentare a dismisura. Panetta, ieri, ha offerto una chiave di lettura diversa e ha ribaltato il paradigma, offrendo una prospettiva diversa, seppure in modo implicito. Il populismo di solito prospera quando vi sono difficoltà economiche sulle quali gli estremisti possono speculare. E per avere un futuro con maggiore crescita, maggiore benessere, maggiori opportunità, lavori migliori, non c’è alternativa migliore se non quella di smetterla di demonizzare l’AI e farla diventare il centro delle nostre attenzioni. Perché se un paese cresce, innova, crea lavoro qualificato, trattiene giovani, allarga opportunità, riduce il terreno della demagogia. Nelle grandi rivoluzioni tecnologiche, in fondo, dice Panetta, i guadagni maggiori non vanno sempre a chi inventa la tecnologia, ma a chi la adotta meglio (già nel 2025, ha ricordato il governatore, è nei beni legati all’AI che si è concentrata circa la metà dell’incremento dei flussi globali di merci). L’AI viene spesso raccontata come la fonte dei problemi del presente. Forse, se imparassimo a considerarla come parte delle soluzioni, potremmo provare ad avere un futuro con più crescita, con più efficienza, con lavori migliori, con salari più adeguati e con una democrazia non più vulnerabile ma, al contrario, ancora più pronta del passato a rafforzare le nostre libertà.