Emma, l'algoritmo autarchico

L'intelligenza artificiale di Egomnia aveva l'ambizione di rispondere alla dipendenza dalle Big Tech. Ma la fiera della sovranità digitale si è trasformata nel festival del meme nazionale sui social media. Perché la sovranità non si fa con le tabelline (sbagliate)

25 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 16:02
Immagine di Emma, l'algoritmo autarchico
Emma-5 era solo un gioco. Ha generato 60 mila chat, e un numero imprecisato di sfottò. Se c’è una cosa che l’italico nazionalismo sa fare benissimo, infatti, è rivestire di altisonante retorica geopolitica ciò che in Silicon Valley chiamerebbero, con brutale pragmatismo, un "esperimento da garage". L’ultimo caso di scuola è quello di Emma-5, pomposamente presentata dalla società quotata Egomnia come la risposta nostrana alla dipendenza dalle Big Tech, una bandiera di "sovranità tecnologica nazionale" sventolata nella canicola di fine giugno. Peccato che, nel giro di quarantott'ore, la fiera della sovranità digitale si sia trasformata nel festival del meme nazionale sui social media e sulla stampa di settore. Per finire ritirata dal web dopo poche ore di interazione, con la giustificazione che si trattava di un modello a finalità esplorative e sperimentali.
In effetti, Emma-5 litigava con la logica e non sapeva fare le tabelline. I commenti sui social si sono scatenati condividendo schermate in cui il modello assicura che dieci per dieci fa quattro o che un chilo di pane pesi misteriosamente più di un chilo di piume. Di fronte a performance degne di un sussidiario delle elementari corretto da un ubriaco, la stampa si è divisa tra chi si preoccupa per la narrazione politica e chi, con pazienza, ha spiegato tecnicamente che il motore semplicemente non è pronto. 
Ma usciamo dall'ironia ed entriamo nel motore. Emma-5 (la versione più testata) è un modello decoder-only transformer da 550,4 milioni di parametri. Per i non addetti ai lavori: i parametri indicano la complessità e la capacità di apprendimento dell'algoritmo. Se i giganti americani viaggiano su una Formula 1 con centinaia di miliardi di parametri, Emma arranca con la cilindrata di un vecchio motorino. È un "toy model", addestrato su appena 10,8 miliardi di token di testo italiano. Per giunta, il cosiddetto DPO (l’ottimizzazione delle preferenze umane) è stato disabilitato. Tradotto: il modello è stato gettato nella mischia senza quei filtri di sicurezza e logica che separano un assistente digitale da un generatore casuale di risposte bizzarre.
Il fondatore, Matteo Achilli, si è difeso su X spiegando che si tratta di un prototipo sperimentale per raccogliere feedback. Benissimo, ma allora perché presentarlo con l'overhype del riscatto patriottico senza chiarirne subito i limiti? Il sospetto, sollevato dai critici, è che Emma sia un'eccellente operazione di storytelling, utile a sollevare l'attenzione o a raccogliere fondi sull’onda dell’euforia speculativa dell'intelligenza artificiale. Il suo precipitoso ritiro ne suggella l’immaturità.
La vicenda Emma fotografa perfettamente il nostro ritardo strutturale. Pensiamo che la "sovranità digitale" sia una questione di toponomastica o di brand. Ma la vera autonomia tecnologica è una faccenda terribilmente costosa e materiale: richiede ingenti infrastrutture di calcolo, capitali immensi e una montagna di dati di qualità. Addestrare microscopici modelli da zero in un ecosistema frammentato è un esercizio che ha senso solo come esperimento didattico, non come stendardo di indipendenza nazionale. Se l'Italia vuole davvero una via nazionale all'intelligenza artificiale, la strategia più efficiente non è reinventare la ruota in miniatura, ma prendere i grandi modelli open-source globali esistenti (como Llama o Mistral) e fare un serio fine-tuning verticale sui nostri dati. Il resto è marketing autarchico. Utile forse a guadagnare qualche titolo sui giornali, un po’ di visibilità sui social o un rimbalzo in borsa, ma destinato a infrangersi contro la dura realtà di un'addizione elementare.