Mattarella coglie la sfida che l’AI muove a sovranità e territorialità. L’appello è giusto, ma è il punto d’inizio

Al Cotec di Venezia il capo dello stato, con l’autorità della sua funzione, ha posto il problema più radicale di filosofia politica che l’occidente si trova davanti dal 1648. Il Presidente ha indicato il cantiere. Toccherà ad altri portarne i mattoni

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Foto Ansa

La frase che il presidente Mattarella ha pronunciato martedì alla Fondazione Cini merita di essere riletta con l’attenzione che si riserva ai testi che spostano qualcosa nel pensiero pubblico. Pochi soggetti privati, ha detto il capo dello stato, “stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli stati e delle organizzazioni deputate a tali scopi dai trattati internazionali, a partire dallo spazio”. E sono diventati, ha aggiunto con formula bellissima, “nuovi pretesi attori di imponderabile legittimità, per un nuovo disordine internazionale”. La citazione del brocardo medievale di Giovanni d’Andrea – Quilibet in domo sua dicitur rex, ciascuno è re in casa propria – non è un vezzo erudito. E’ il punto teorico: quale casa, oggi, e quale re, quando la casa diventa orbitale e il re algoritmico? C’è qualcosa di profondamente moderno nel fatto che un costituzionalista classico come Mattarella abbia individuato con precisione chirurgica il nodo che sfugge a gran parte del dibattito europeo. Non parla solo di posti di lavoro o di diseguaglianze, temi su cui ogni capo di stato dice ormai le stesse cose. Parla di sovranità. Parla cioè della categoria-madre su cui si regge ogni discorso democratico, e che l’intelligenza artificiale sta erodendo da tre lati simultaneamente.
Il primo è il lato spaziale: costellazioni di decine di migliaia di satelliti, datacenter su giurisdizioni convenienti o addirittura collocati in orbita bassa, cavi sottomarini di proprietà privata che trasportano l’inferenza algoritmica del pianeta. Lo stato di diritto westfaliano era incardinato su un perimetro fisico difendibile. Quel perimetro si dissolve quando l’infrastruttura cognitiva del mondo orbita a settecento chilometri sopra qualunque parlamento. Il secondo è il lato funzionale: ciò che l’AI fa nella vita dei cittadini (diagnosi mediche, decisioni di credito, valutazioni scolastiche, mediazione informativa, perfino orientamento al voto) è materia che gli stati moderni avevano lentamente sottratto al privato per assegnarla a istituzioni pubbliche o regolate. Oggi la traiettoria si inverte: la funzione pubblica torna privata, e per giunta opaca. Il terzo è il lato simbolico: il monopolio weberiano della violenza legittima si reggeva anche su un monopolio della verità ufficiale, della cartografia, dell’archivio. Funzioni che oggi sono – de facto se non de iure – affidate a soggetti privati extraterritoriali.
Se si tengono insieme i tre lati, la mossa che Mattarella suggerisce senza nominarla è chiara: stiamo assistendo alla nascita di una nuova specie istituzionale. Chiamiamola, per chiarezza, Istituzione artificiale. Non un’azienda nel senso tradizionale, perché eroga funzioni di rilevanza pubblica e definisce regole vincolanti per centinaia di milioni di utenti. Non uno stato nel senso classico, perché manca di territorialità, di legittimazione democratica e, soprattutto, di responsabilità politica. Qualcosa di nuovo, che il vocabolario della filosofia politica del Novecento non riesce a categorizzare. E’ l’evoluzione, quindici anni dopo, di quella impresa-nazione che era già visibile in Google da un paio di decenni e che oggi, con l’AI generativa, compie un salto di categoria: ieri il monopolio dell’attenzione, oggi il monopolio della cognizione delegata.
“Qualsiasi attività umana sollecita norme di comportamento e di relazione, un codice, una grammatica”, ha detto Mattarella. E’ una frase di umanesimo giuridico classico che potrebbe stare in Grozio. Ma è anche, letta oggi, una sfida tecnica precisa: chi scrive la grammatica dell’AI? Con quale legittimità? Sotto quale controllo? Le risposte attuali (terms of service unilaterali, guideline aziendali, “costituzioni” dei modelli decise dai laboratori che li addestrano) non sono risposte democratiche. Sono atti normativi privati che hanno effetti pubblici. La sfida che il Quirinale lancia al sistema europeo è dunque, sotto il velo della prudenza istituzionale, vertiginosa: passare “dall’enunciazione di principi alle decisioni concrete” significa accettare che la sovranità democratica del XXI secolo non potrà essere quella del XVII. Non sarà più solo territoriale, perché il territorio dell’AI è in parte orbitale e in parte cognitivo. Non sarà più solo nazionale, perché nessuna nazione europea ha la massa critica computazionale e demografica per competere. Non sarà più solo statale, perché molte funzioni dovranno essere coprodotte con attori privati, ma con regole, contropoteri e accountability che oggi mancano. Il problema non è impedire alle Istituzioni artificiali di esistere: il loro contributo a produttività, scienza e welfare può essere enorme. Il problema è incardinarne il potere in una cornice di legittimità contestabile.
Mattarella ha fatto la cosa che gli compete: ha posto il problema con l’autorità della sua funzione. Ora tocca a chi ha gli strumenti analitici per affrontarlo – filosofi del diritto, economisti istituzionali, teorici della governance digitale – costruire una teoria nuova della sovranità per un mondo in cui la casa del Quilibet in domo sua ha quattro pareti soltanto in senso metaforico. Il presidente ha indicato il cantiere. Toccherà ad altri portarne i mattoni.