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Spotify abbraccia i contenuti fatti con l'AI
Il capo dell'azienda sembra però aver deciso di aprire la porta allo slop: canzoni, podcast e audiolibri generati con l'intelligenza artificiale. Col rischio di stravolgere per sempre la piattaforma, e convincere qualche utente a guardarsi in giro. Chissà
29 MAG 26

Foto di Reet Talreja su Unsplash
A che cosa serve Spotify oggi? Sembra una domanda banale ma l’azienda svedese è in un periodo confuso della sua vita, in cui aprendo l’applicazione ci si ritrova davanti a canzoni, playlist, video, podcast, videopodcast e audiolibri, in un calderone in cui può essere difficile orientarsi. E che sembra incentivare gli utenti a fare qualsiasi cosa ma non ascoltare la musica.
Ciò nonostante, Spotify rimane potente nel settore, unico grande player dello streaming musicale a non essere di proprietà di un gigante tecnologico (come YouTube Music, Amazon Music, Apple Music…). Per questo le sue decisioni sono influenti, anche quando si tratta di intelligenza artificiale: in particolare, come gestire l’alluvione di contenuti “sintetici”, ovvero generati dalle AI? Difendere l’arte e l’umanità della musica o aprire le porte al cosiddetto “slop”, come vengono detti in modo spregiativo i contenuti generati dalle AI?
Questa settimana l’azienda sembra aver scelto la seconda opzione, stando alle dichiarazioni rilasciate al Financial Times dal suo amministratore delegato Alex Norström, che ha addirittura difeso la musica generata rifiutando il termine slop (parola inglese che significa “sbobba” e viene usata per indicare questo tipo di contenuti), che ritiene troppo dispregiativo. Dichiarazioni che risultano ancora più bizzarre se si ricorda che, appena lo scorso settembre, Spotify aveva annunciato l'adozione dello standard DDEX, un sistema per identificare ed etichettare i contenuti generati sinteticamente.
All’epoca si pensò – ingenuamente, a quanto pare – che fosse parte di una nuova politica “umana” della piattaforma. In realtà, la decisione servì forse come contrappeso a un piccolo scandalo esploso pochi mesi prima, a luglio, quando una band sconosciuta (The Velvet Sundown) comparì d’improvviso nelle playlist dell’app. Peccato che non esistesse e che la loro musica fosse generata.
L'impostore in classifica
La difesa dello slop da parte di Norström si accompagna in realtà a un’altra novità presentata da Spotify, che la scorsa settimana ha annunciato un accordo con Universal Music Group grazie al quale gli utenti potranno usare strumenti di intelligenza artificiale per creare cover e remix dei brani del catalogo Universal. A questo si deve aggiungere anche l’accordo stretto con ElevenLabs – il più noto generatore di sintesi vocale – per generare automaticamente audiolibri usando le voci sintetiche dell’azienda. E così via.
Altro che stare dalla parte degli artisti, quindi: gli svedesi hanno scelto lo slop. Secondo il CEO di Spotify, infatti, saremmo di fronte a una rivoluzione culturale che permetterà di dare più potere agli ascoltatori e agli artisti, permettendo “a una canzone di diventare diecimila”. A suffragio di questa svolta, Norström può anche citare un sondaggio realizzato da Ipsos in collaborazione con Deezer, un servizio di streaming musicale, secondo il quale il 97 per cento dei partecipanti avrebbe scambiato una canzone generata con una “vera”. Su YouTube ci sono ormai innumerevoli video in cui la gente prova a distinguere una canzone umana da una sintetica: cosa per niente facile.
Quindi Spotify ha ragione? A guardare i numeri si direbbe di sì: la maggior parte degli utenti non si preoccupa così tanto di quello che esce dalle loro autoradio, figuriamoci se si interessano alla questione slop. Rimane da capire se tutto questo aiuterà l’azienda, che si allontana sempre di più dal suo pubblico di base – chi ascolta musica –, quasi invitandolo ad andare altrove.
Le alternative, per fortuna, esistono ancora. Apple Music offre musica in formato lossless ad alta qualità, una scelta che va in direzione opposta alla quantità a basso costo; Tidal è noto per essere il servizio che remunera meglio gli artisti. In alternativa, per chi vuole essere davvero sicuro di non sbagliare, c’è l’opzione nucleare: il ritorno all’iPod. Non si tratta solo di nostalgia hipster ma di un fenomeno che, per quanto di nicchia, si sta facendo notare in tutto il mondo.
Non è un caso che il mercato dei vecchi lettori mp3 – che su eBay si trovano anche a prezzi contenuti – interessi soprattutto la cosiddetta generazione Z, quella dei nati tra il 1997 e il 2012, affascinati da un passato così vicino e così lontano, ma anche dalla possibilità di ascoltare musica senza streaming. E senza podcast, audiolibri e slop vario.
