•
Eddie Dalton è primo su iTunes. Ma non esiste. Benvenuti nell'èra del blues sintetico
La sua musica è levigata, credibile e completamente vuota. Un prodotto dell'intelligenza artificiale. Il caso che imbarazza gli ascoltatori e l'industria discografica (con un'ipocrisia nascosta)
di
2 APR 26
Chi è Eddie Dalton? Una voce vissuta, un po’ rauca, che evoca Otis Redding e BB King. E tre canzoni – “Another Day Old”, “Running to You” e “Cheap Red Wine” – nella top 10 di iTunes, con una prima posizione. Nei commenti su YouTube, migliaia di persone si chiedono da dove venga, quale sia la sua storia. Pochi hanno capito che è un prodotto dell’intelligenza artificiale, generato dalla società Crusty Tunes (sul cui sito si legge: “Il progresso non è il nemico, la stagnazione lo è”) e distribuito sulle principali piattaforme streaming senza dichiararlo. La domanda non è più se l’AI possa fare musica – la risposta è evidentemente sì – ma riguarda cosa ci disturba davvero di questa musica.
In fondo il southern soul di “Another Day Old” non è sgradevole: la melodia funziona, la voce è credibile, l’arrangiamento scorre senza intoppi. Ma è musica da ascensore 4.0, levigata e sterile. Le mancano sporco e ruggine, rabbia e disperazione: il vero combustibile per accendere un fuoco. L’algoritmo – che nel caso di Eddie Dalton pare addestrato sul soul e il blues anni Ottanta-Novanta, anche se video e grafiche rimandano a un immaginario anni Cinquanta – ricombina con perizia, ma non aggiunge nulla e soprattutto non scalda. Forse gli androidi sognano pecore elettriche, ma noi continuiamo a farlo in analogico. Eppure il vero disagio non è estetico. È metafisico. Fenomeni come Eddie Dalton rompono un patto fondamentale: quello che vuole dietro a un’opera anche un corpo che ha vissuto e ha trasformato la sua esperienza in arte. È in fondo la ragione per cui le ragazzine vogliono sapere tutto di Taylor Swift o Harry Styles: la musica non è mai solo musica, è un canale di connessione umana. Con Eddie Dalton scatta l’imbarazzo di chi ha scambiato un manichino per una persona e si è commosso per un dolore preconfezionato.
E non è nemmeno il primo caso. A novembre scorso, l’Ep “Faithful Soul”, pubblicato sotto il nome fittizio Solomon Ray, aveva conquistato il primo posto nella classifica gospel di iTunes e la vetta della Billboard Gospel Digital Song Sales. La formula si ripete e ogni volta provoca lo stesso scandalo. “Non trasmetteremo musica AI: si tratta di ingannare il pubblico”, ha dichiarato Tom Poleman, chief programming officer di iHeartRadio, la stessa rete radiofonica che non ha mai avuto troppi scrupoli nel decidere, con i propri algoritmi e i propri accordi commerciali, cosa meritasse di essere ascoltato. Il punto, forse, è proprio qui: non disturba tanto il fatto che la musica sia fatta da una macchina quanto che la macchina non si preoccupi nemmeno di fingere di essere umana, che non ci sia una storia inventata con gusto, un’intervista a Rolling Stone in cui Eddie racconta dell’infanzia nel Mississippi e del padre che strimpellava la chitarra sul portico. Siamo disposti ad accettare la finzione, purché sia ben confezionata. Crusty Tunes ha saltato questo passaggio e nella messa in scena ci ha messo troppa poca cura. Le proteste più rumorose arrivano dall’industria discografica. Che però, e qui casca l’asino, produce da decenni musica costruita a tavolino: cantanti incellophanati, scelti più per l’immagine che per la voce, ghost writer, autotune, sessioni in studio dove l’interprete è un dettaglio quasi esecutivo. Le stesse Universal, Warner e Sony che nel 2024 hanno trascinato in tribunale le piattaforme di musica AI per “massiva violazione del copyright” hanno siglato accordi commerciali con quelle stesse piattaforme entro la fine del 2025. Eddie Dalton toglie solo l’ultimo velo. L’indignazione delle major per un artista “finto” ha qualcosa di parecchio comico.
Enrico Cicchetti
Di più su questi argomenti:
Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti
Paradossi
di
video
di
fisco
di