Nemmeno la Gen Z è entusiasta dell'AI. Il grande divario

Lo scollamento tra l'entusiasmo di chi lavora nel settore e chiunque altro è sempre più visibile negli Stati Uniti. E anche i più giovani sono preoccupati

di
18 APR 26
Immagine di Nemmeno la Gen Z è entusiasta dell'AI. Il grande divario

Il ceo di OpenAi Sam Altman. Foto LaPresse

È un periodo intenso, per Sam Altman, il capo di OpenAI. La scorsa settimana il New Yorker ha pubblicato un lunghissimo articolo a firma di Ronan Farrow e Andrew Marantz, che hanno intervistato decine di persone, tutte piuttosto concordi su una cosa: di Altman non ci si può fidare, è un bugiardo. Pochi giorni dopo, la casa dello stesso è stata attaccata da un tale con delle molotov, a suggellare il momento di confusa tensione che interessa tutto il settore dell’intelligenza artificiale. In particolare, nel suo rapporto con il resto del mondo: noi, gli umili sudditi che dovremmo essere utenti felici di prodotti come ChatGPT, Claude e Google Gemini. E invece pare che l’ottimismo nei confronti di questi strumenti non sia così diffuso. Lontani i giorni in cui aziende come Apple e Google annunciavano prodotti e servizi nuovi (come l’iPhone o Google Maps) suscitando reazioni di gioia e da “fan boy”. Nell’era delle AI le aziende crescono – e pure tanto – ma il divario tra l’entusiasmo di chi lavora nel settore e chiunque altro rimane ampio. E anzi va ampliandosi.
Questo scollamento è sempre più visibile negli Stati Uniti, il paese in cui opera la maggior parte di queste aziende e che più di ogni altro sta attirando investimenti per la costruzione di nuovi data center. Secondo un recente report di Stanford, università che ha sede proprio dalle parti della Silicon Valley, lo stato delle AI nel 2026 è fatto di numeri in perenne crescita e uno scetticismo strisciante tra la popolazione. Anche un recente sondaggio di Pew ha confermato che solo il 10 percento della popolazione statunitense si dice felice delle novità nel campo delle AI. Un’altra ricerca indicava che questi servizi hanno una popolarità inferiore a quella dell’ICE e dei Democratici – un pessimo segnale, insomma. Il fenomeno riguarda anche la Generazione Z, quella dei nati tra il 1997 e il 2012, che si dice perlopiù preoccupata da questi nuovi strumenti (al tempo stesso, circa la metà di loro li usa quotidianamente), secondo un recente sondaggio Gallup
Quest’ultimo è forse il dato più interessante, visto che la Gen Z rappresenta la fascia demografica più portata all’uso di questi strumenti: il fatto che nemmeno i suoi membri siano così entusiasti della tecnologia e dei suoi possibili sviluppi è in parte dovuto alla bizzarra strategia comunicativa scelta dal settore. Da tempo, infatti, personaggi come Altman alternano grandi promesse di benessere e prosperità favorite dalle AI a presagi di sventura ed estinzione di massa. Subito dopo la messa online di ChatGPT, all’inizio del 2023, Sam Altman partì per una serie di visite istituzionali degne di un capo di stato, nel corso delle quali fece due cose: promosse ChatGPT e la sua OpenAI, che in poco tempo era passata dall’essere una non profit sconosciuta ai più per diventare l’azienda più chiacchierata del mondo; e terrorizzò il pubblico globale, ricordando le applicazioni malevole di questi strumenti e il rischio che i laboratori di ricerca ne perdessero il controllo.
Da allora il settore non più smesso di usare questo approccio. Altman, Demis Hassabis (capo di Google DeepMind) e Dario Amodei (Anthropic) hanno ormai insegnato a mezzo mondo la sigla AGI, che sta per Artificial General Intelligence, e rappresenta il massimo delle speranze e dei timori del settore: un’AI talmente potente da salvarci tutti, oppure… ucciderci tutti. O forse è solo l’unico modo per rendere queste aziende profittevoli, chissà: ad oggi manca una definizione chiara e condivisa di “AGI”, sigla diventata ormai buzzword e spauracchio. Ma come può un settore così ricco, potente e influente perdersi in una comunicazione tanto infelice? I motivi sono diversi e, si direbbe, piuttosto umani: a chi si occupa di queste cose piacciono i numeri, e forse molti di loro sono convinti che basti parlare dei progressi dei nuovi modelli linguistici per conquistare nuovo pubblico. In realtà, e non occorre essere esperti di marketing per saperlo, i numeri da soli non bastano: servono anche i sentimenti, i messaggi, le emozioni.
Oggi le AI sono contemporaneamente uno strumento usato quotidianamente da milioni di persone e una minaccia lontana; la chiave per un futuro migliore e il pericolo numero uno per la nostra società, i nostri lavori e quelli dei nostri figli. Forse servirebbe una narrativa più semplice e umile, lontana dalle riflessioni messianiche sull’AGI e più focalizzata su quello che le AI possono fare, oggi. Senza parlare di apocalisse, che quello raramente funziona, con il pubblico. Strano che siano proprio le persone che stanno sviluppando un’intelligenza tanto evoluta a non averlo ancora capito.