Jack Ma lascia Alibaba (tra un anno) per non sposare il Partito comunista

Eugenio Cau

Roma. L’annuncio del ritiro e della successione di Jack Ma, fondatore e ceo di Alibaba, è stato travagliato. Jack Ma, uomo più ricco della Cina, parlava già da tempo di una mossa à la Bill Gates, che lasciò Microsoft a 58 anni (la frase “voglio morire in spiaggia, non in ufficio”, molto citata dai giornali italiani in questi giorni, è del gennaio del 2017), ma la notizia del ritiro immediato è arrivata un po’ a sorpresa, fatta circolare dal New York Times nella notte tra venerdì e sabato, e poi smentita da un portavoce di Alibaba. Oggi, giorno del 54esimo compleanno di Jack Ma, è arrivato l’annuncio ufficiale, che indica una politica più graduale: Ma rimarrà presidente ancora per un anno, e infine lascerà tutto a Daniel Zhang, che attualmente è il ceo del gruppo Alibaba.

  

Zhang gestisce le operazioni del gruppo di ecommerce cinese ormai da quattro anni, dopo che nel 2013 Jack Ma ha lasciato a lui il ruolo di ceo. Manca del carisma trascinante di Jack Ma, ma in questi anni si è dimostrato un amministratore affidabile e capace: è sua l’idea del “Singles Day”, il giorno dei single che è un po’ come il Black Friday americano, solo che su scala cinese: l’anno scorso sono stati spesi 17,8 miliardi di dollari. E’ sua anche la recente partnership tra Alibaba e Starbucks, per consegnare caffè a domicilio. Jack Ma ha apprezzato le doti di Daniel Zhang, e ha deciso che è il momento opportuno per affidargli anche gli ultimi compiti che aveva tenuto per sé: il primo è quello di essere il volto pubblico di Alibaba. Nell’ultimo anno, Jack Ma ha trascorso il 40 per cento del suo tempo in viaggio, in gran parte per promuovere l’azienda in giro per il mondo.

  

L’altro compito, assai più delicato, è quello di tenere i rapporti con l’establishment cinese e con la dirigenza del Partito comunista. Jack Ma, autore della frase celebre per cui “bisogna amare il governo ma non sposarlo”, è stato quello che in questi anni ha tenuto i rapporti con il Partito comunista, e che ha tenuto a galla Alibaba nelle acque pericolose della politica cinese. Questo compito, adesso, spetterà a Daniel Zhang. E’ probabilmente per questa ragione che Zhang è stato preferito all’altro candidato per la successione, Joe Tsai, cofondatore di Alibaba e uno dei suoi dirigenti più noti nel mondo: Zhang ha studiato all’Università di Shanghai, ha trascorso la sua carriera lavorativa in gran parte in Cina, ha un pedigree immacolato. Tsai, al contrario, è mezzo taiwanese e mezzo canadese, è figlio di cinesi scappati a Taiwan dopo la presa del potere del Partito comunista, ha studiato a Yale, in America. Tsai è tutto fuorché un attivista, e in Cina ha sempre fatto affari d’oro, ma è possibile che il suo profilo lo abbia reso meno adatto al compito arduo di mostrare amore al governo di Pechino.

  

Jack Ma se n’è accorto: questo compito è diventato sempre più difficile. Dopo un periodo in cui le aziende, specie quelle innovative, hanno avuto libertà quasi completa nelle loro scelte di business, ci sono molti indizi che indicano che il Partito comunista voglia tornare ad avere un ruolo di rilievo anche nell’impresa privata. Negli ultimi mesi il governo ha avanzato proposte per comprare quote nelle grandi aziende tecnologiche e attivato iniziative per favorire una quotazione domestica – attualmente Alibaba è quotata a New York. Ci sono stati anche interventi più duri: Tencent ha perso 160 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato perché il governo gli ha negato alcune licenze di videogiochi perché dannosi per la gioventù.

  

Jack Ma sente che il clima politico diventa più cupo anche per le aziende che fino a poco tempo fa erano coccolate come “campioni nazionali”, e teme che dal Partito comunista arrivi infine una proposta di matrimonio. Non vuole essere lui quello che dirà di sì.

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