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Zuckerberg affronta una Camera più preparata, ma sopravvive ancora

Dopo la passeggiata di ieri al Senato, oggi il ceo ha dovuto rispondere a domande più pericolose. Ma l'impressione è che nessuno al Congresso sappia davvero cogliere il “problema Facebook”

Eugenio Cau

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cau@ilfoglio.it

11 Aprile 2018 alle 20:47

Zuckerberg affronta una Camera più preparata, ma sopravvive ancora

Capitol Hill, la seconda audizione per Mark Zuckerberg (foto LaPresse)

Roma. Dopo aver passato brillantemente la prova del reparto geriatrico del Senato americano, mercoledì Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, ha affrontato la seconda e ultima udienza del suo tour congressuale, davanti alla commissione Energia e Commercio della Camera. Martedì i senatori non avevano fatto i compiti a casa, e Zuck ha pattinato tranquillamente su una distesa di domande poco informate e con scarso mordente. Così mercoledì, alla vigilia della seconda udienza, tutti gli osservatori si sono chiesti: riuscirà la Camera a rendere conto, in maniera più agguerrita, delle responsabilità di Facebook nella mancata protezione dei dati degli utenti nel caso Cambridge Analytica e, più in generale, costringere Zuckerberg ad ammettere che il modello di business di Facebook è intrinsecamente legato all’abuso della fiducia degli utenti? Le cose sono andate un po’ meglio, ma Zuckerberg è stato ben addestrato in preparazione anche alle domande più taglienti, e se l’è cavata abbastanza bene. Dopo aver resistito per quasi cinque ore martedì al Senato, mercoledì il ceo di Facebook è sopravvissuto a una seconda deposizione altrettanto lunga.

  

Alcune domande sono state pericolose per Zuckerberg. Per esempio, i deputati Kathy Castor e Ben Ray Luján hanno entrambi chiesto, indipendentemente, che Zuckerberg rendesse conto dei cosiddetti “shadow profiles”, vale a dire della raccolta dati che Facebook fa anche sulle persone che non hanno Facebook (esatto: anche se non siete sul social network ci sono buone probabilità che i vostri dati siano comunque lì). Zuck ha balbettato, ed è stato salvato quasi sempre dal poco tempo a disposizione per le domande. La deputata Jan Schakowsky ha elencato tutte le volte (quasi una decina) in cui Zuckerberg ha chiesto scusa agli utenti in questi anni per violazioni della fiducia, facendo capire che non ci si può fidare delle promesse di autoregolamentazione. Schakowsky ha ottenuto anche l’unico scoop della giornata, quando ha fatto ammettere che anche i dati personali di Zuckerberg erano stati condivisi con Cambridge Analytica, anche se il ceo non ha specificato quali dati sono stati condivisi e come. Lo scambio più surreale, e in un certo senso più rilevante, è stato con la deputata californiana Anna G. Eshoo: “Lei è pronto a cambiare il suo modello di business nell’interesse dalla protezione della privacy dell’individuo?”, ha chiesto Eshoo. “Signora deputata, non sono sicuro di cosa voglia dire questo”, ha risposto Zuck.

 

Insomma, il ceo di Facebook è stato messo davanti a numerose domande difficili, ma l’idea complessiva che è possibile trarre dall’udienza è che il Congresso americano non sia in grado di affrontare la questione Facebook, e in generale la questione della gestione dei dati personali su internet.

 

Ci sono alcuni problemi generali, per esempio le divisioni politiche. Tanto al Senato quanto alla Camera, con poche eccezioni illuminate, i repubblicani hanno posto a Zuckerberg domande sul “liberal bias” di Facebook e sui blog conservatori cancellati dalla piattaforma, mentre i democratici hanno parlato di Russiagate e di interferenze elettorali che hanno penalizzato Hillary Clinton durante le eleizoni.

Ma c’è un problema strutturale, legato a come funziona Facebook (ricordiamolo: la stessa cosa vale anche per Google e molte altre compagnie tecnologiche). I senatori e deputati che in questi due giorni hanno collezionato figuracce dimostrando di non conoscere gli aspetti fondamentali delle regole del social network per quanto riguarda privacy e trattamento dei dati sono sopra la media degli utenti. Hanno un team di persone che li aiutano nella ricerca e tempo per studiare il materiale. La vera vittoria di Zuckerberg sta precisamente in questo: se nemmeno i membri del Congresso, con poche eccezioni, riescono a cogliere il “problema Facebook”, il problema Facebook non si può risolvere.

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