I dolori del giovane Zuckerberg e la crisi esistenziale di Facebook

Mattia Ferraresi

New York. Sulla copertina di Wired dell’ottobre 2016, Mark Zuckerberg posava sorridente con la divisa d’ordinanza sotto il solito titolo ambizioso: “Facebook può salvarti la vita?”. L’articolo parlava dei dispositivi di sicurezza inventati dal social network per le situazioni d’emergenza – il punto di partenza era la strage al Pulse di Orlando – ed esplorava i modi in cui la comunicazione sempre più aperta, istantanea e onusta di dati leggibili in tempo reale avrebbe potuto salvare vite, anzi le stava già salvando, dopo un attentato o una catastrofe naturale. Questo mese la copertina di Wired ritrae uno Zuckerberg pieno di ematomi, sanguinante, livido, incertottato e con i capelli scarmigliati, un pugile con gli occhi cerulei reduce da un incontro lungo due anni in cui ne ha prese più di quante ne abbia date.

 

 

Può darsi che tutto questo risponda agli obiettivi di brand che s’è dato Zuck, ora che per necessità ha abbracciato la strategia dell’ammissione di colpa e dell’esibizione della vulnerabilità, ma il mensile della Silicon Valley racconta con abbondanza di particolari la prima vera crisi del social network, quella che l’ha trasformato da trampolino verso un mondo migliore a compagnia distopica troppo impegnata a scuotere i suoi utenti per cavarne dati da monetizzare per accorgersi che i troll russi sono entrati, e non da una porta secondaria. Hanno agitato qualche dollaro e la porta si è aperta da sé.

 

Per ricostruire tutti gli stadi della metamorfosi, Wired ha parlato con 51 dipendente, attuali o ex, di Facebook, la maggior parte dei quali ha chiesto di rimanere anonimo. Qualcuno ha chiesto ai giornalisti di spegnere il telefono ogni volta che si recavano a un incontro con la fonte, per evitare che l’onnivedente social network incrociasse i dati sulla localizzazione e venisse a sapere degli incontri. “Le storie sono tutte diverse – scrivono Nicholas Thompson e Fred Voegelstein –ma la maggior parte delle persone ha riferito la stessa storia di fondo, quella di una compagnia, e di un amministratore delegato, il cui tecno-ottimismo è stato distrutto quando hanno scoperto la miriade di modi in cui la piattaforma può essere usata per scopi malvagi”.

 

Il percorso che porta alle troll farm di San Pietroburgo che promuovono la causa dei separatisti texani, alla lotta con il Congresso, alle minacce di Rupert Murdoch e del vecchio mondo dell’editoria fino alle riforme approvate per tornare al primato delle foto delle vacanze sul News Feed, parte da un neolaureato in giornalismo di nome Benjamin Fearnow. Fearnow lavorava nel team dei Trending Topics, quello che governa manualmente – o tenta di governare – l’algoritmo che seleziona le notizie di tendenza. Fearnow non era un dipendente di Facebook, ma di una compagnia di nome BCforward a cui il social network aveva appaltato il servizio, e la sua squadra lavorava nell’ufficio di New York. Il primo passo falso di Fearnow è stato fare lo screenshot di un messaggio interno inviato da Zuckerberg a proposito di alcuni spiacevoli episodi occorsi nelle bacheche aziendali: qualcuno aveva modificato la scritta “Black Lives Matter” in “All Lives Matter”, e l’amministratore delegato che sorveglia sulla libertà di parola non l’aveva presa bene: “Cancellare e modificare qualcosa significa sopprimere la libertà di parola oppure equivale a dire che le parole di qualcuno sono più importanti di quelle di qualcun altro”, aveva scritto.

 

Il ragazzo aveva fotografato l’immagine e l’aveva passata a un amico giornalista, che subito aveva scritto un breve articolo sull’accaduto. Lo stesso aveva fatto per un’altra comunicazione interna, questa volta sollecitata dai dipendenti, che attraverso un sondaggio ideato dal top management avevano proposto di discutere il seguente tema: “Che responsabilità ha Facebook nell’evitare che Trump venga eletto presidente?”. Nel giro di 24 ore dal secondo leak, Fearnow è stato licenziato e la sua vicenda personale è scomparsa dai radar, ma è stato l’inizio del grande processo pubblico al modo in cui Facebook seleziona i contenuti.

 

Zuckerberg si è sempre battuto per spiegare che Facebook è una piattaforma, un’infrastruttura che non favorisce un contenuto rispetto a un altro, ma “anche la neutralità è una scelta”, scrive Wired, e questa decisione editoriale, “la più importante che abbiano mai preso”, è quella che ha permesso ai russi di penetrare legalmente fra le maglie della tifoseria trumpiana. Zuckerberg dapprima ha minimizzato (“l’idea che le fake news su Facebook abbiano influenzato le elezioni è piuttosto folle”) e la cosa non ha fatto che procurargli altre grane. I conservatori dicevano che gli strumenti di Facebook erano tarati per favorire i contenuti liberal, i liberal dicevano che la neutralità di Facebook favoriva tutti i malintenzionati globali, che solitamente facevano il tifo per Trump e spesso erano pagarti per farlo. Dianne Feinstein, senatrice democratica della California, non avrebbe potuto esprimere il sentimento più chiaramente in un’udienza al Congresso: “Voi avete creato queste piattaforme, che ora vengono usate per scopi cattivi, e voi dovete trovare una soluzione. Altrimenti la troveremo noi”. Da lì è stata tutta un’ammenda e un atto di contrizione, Zuck si è cosparso il capo di cenere e ha annunciato riforme strutturali, mentre anche diversi suoi vecchi alleati hanno preso ad aggredire il malevolo social network e il suo tumefatto fondatore.

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