Non chiamatelo slackerism

E’ passata una discreta quantità di tempo da quando si discettava di “slackerism”, insomma della montante tendenza all’apatia da parte dei nuovi teenager.

19 Novembre 2013 alle 00:00

E’ passata una discreta quantità di tempo da quando si discettava di “slackerism”, insomma della montante tendenza all’apatia da parte dei nuovi teenager. Si era alla metà degli anni Novanta e, oggettivamente, le condizioni erano parecchio diverse dall’oggi e ancora non erano accadute cose che avrebbero condizionato la nostra vita, sociale, culturale e anche quella semplicemente privata. Anzi, a ripensarci adesso, c’è perfino una certa dose di fastidio a sentir risuonare quelle sottolineature, quelle etichette, quel piccolo sensazionalismo giornalistico che avrebbe poi imperversato, perché evidentemente i tempi erano così felici da poter dare spazio e attenzione a fenomeni apparenti come questo. Eppure ci accorgiamo che all’altezza del 2013, Michele Serra, nelle vesti di padre e osservatore di costume, pubblica un libro intitolato “Gli Sdraiati” in cui si ritrova ancora lì, a guardare con affettuosa perplessità (e con la solita, anziana, preoccupazione) i nuovi ragazzini e la loro tendenza a crescere come pare a loro – nella fattispecie più che altro in posizione orizzontale, dandosi battaglia a colpi di PlayStation, o fissando sul cellulare le raffiche di WhatsApp della loro cerchia di comunicanti. Vorrà dire che l’apatia non è ancora tramontata, come air du temps postadolescenziale? Non sarei così drastico e nemmeno darei spazio a generalizzazioni che hanno solo il gusto della saccenza. Anzi, secondo me, un po’ sempre è andata così, ovvero si è cresciuti a velocità diverse. C’era chi si dava da fare, chi rispettava le scadenze e chi se la pigliava più calma, non riusciva ad aderire ai programmi, si sentiva un pesce fuor d’acqua. Solo che non erano ancora mai stati canonizzati, e non avevano un cinema e addirittura una musica dedicata (per non parlare di una vasta produzione letteraria a storicizzarli o di un D. F. Wallace, che non aveva bruciato la sua parabola). Perciò se adesso ci imbattiamo in un disco che sembra un manifesto dello slackerism versione 2013, pigliamolo per buono e per attuale, ma non spolveriamo l’etichetta “revival” e diamo per assodato che gente così c’è da sempre in circolazione e basta che proviamo a pensarci e ne ricorderemo diversi anche fra quelli che sono stati i nostri amici e adesso chissà dove saranno finiti.
La signorina 25enne titolare dell’album è Courtney Barnett, australiana di Melbourne, e – somma snobberia slacker – precisa che l’opera in questione non è nemmeno un album vero, ma un doppio extended play, come a dire che è ancora in fase di rodaggio e che per il momento dei veri esami c’è sempre tempo. Detto questo, prima di innamorarsi della sua musica e anche del suo personaggio, va aggiunto che Courtney è dotata di una vocalità ragguardevole, che ha la capacità di scrivere canzoni sempre di alta qualità e che, poco a poco, entrano stabilmente a far parte del vostro orizzonte sonoro, che ha al suo seguito una band competente e in perfetta sintonia con le sue intenzioni, stilistiche ed espressive (e con un grande nome: i Courtney Barnetts) e che lei torna a raccontare quelle storie minime, apparentemente insignificanti eppure sentimentalmente enormi che hanno da sempre costituito il carattere distintivo dello slackerism, dai tempi dei narratori minimali e dei cantanti grunge. Detto questo, e annotando che il disco ha il titolo supernerd di “A Sea of Split Peas”, siete ormai pronti a entrare nel fantastico mondo di Courtney che, grazie ai suoi videoclip, si rivela essere quello di un quartiere qualsiasi e periferico di Melbourne, dove lei e i suoi amici immaturi di professione, girano su biciclette che sembrano vecchie Graziella, cazzeggiano senza fine e dispongono di tutto il tempo del mondo e di estati senza fine, tutt’al più dandosi appuntamento per una australianissima, pasticciata sfida di tennis su terra rossa. Riecco il mondo pigro, benestante, senza prospettive e rionale che lo slackerismo fece suo territorio d’azione e sopravvivenza.

Un piccolo capolavoro
La Barnett nelle sue canzoni parla di attacchi di panico (“L’infermiera pensa io sia in gamba perché suono la chitarra / Io penso lei sia in gamba perché salva gente che muore”) di maldestri tentativi di giardinaggio, di amici misteriosamente scomparsi. Nel suo disco c’è un dolce gusto di déjà-vu ma anche un senso di partecipazione ed empatia di cui ci eravamo scordati, immersi come siamo ora tra suoni di onanismo sperimentale e individualismi esasperati. In effetti questo disco apparentemente noncurante, ha i crismi del piccolo capolavoro, non solo per la grazia e l’ispirazione che contiene, ma per la liturgia del piccolo gruppo che ricuce e ricorda, come forma tranquilla ed estrema di rifugio per quanti, in un momento come questo, non sanno trovare salvezza migliore e meno improbabile, della musica pop – almeno per quanto rappresenta l’ultima vestigia di quel che un tempo fu la poesia. Ovviamente, a dispetto di qualsiasi lucido equilibrio, tutto ciò ci commuove e ci spinge immediatamente a offrire la nostra – non richiesta – solidarietà.

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