L’America scommette sul business Wnba

Le Finals hanno richiamato 3,3 milioni di telespettatori per la gara decisiva. Viaggio nell’esplosione economica del basket femminile col secondo anello vinto da Cecilia Zandalasini con le Golden State Valkyries
8 NOV 26
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Foto LaPresse

Lo scorso weekend dello sport italiano è stato dominato dal trionfo di Andrea Kimi Antonelli nel Mondiale di Formula 1, ma l’Italia sportiva, soprattutto quella cestistica, ha celebrato anche il secondo e storico anello Wnba vinto da Cecilia Zandalasini con le Golden State Valkyries. Si tratta di un traguardo importante, ottenuto all’interno di un contesto sportivo ancora troppo poco conosciuto e seguito in Italia, motivo per cui vale la pena dedicargli qualche riflessione. Ci sono infatti profonde differenze rispetto al titolo vinto dall’atleta azzurra nel 2017 con le Minnesota Lynx. In primo luogo quelle agonistiche e di campo, con una trasformazione dall’allora giovanissima spettatrice non pagante delle Finals all’attuale, efficacissima, affidabilissima (soprattutto nel tiro da 3) ed esperta role player, come dicono negli States, protagonista in questo biennio di tutte le fasi di crescita di una franchigia neonata. Poi quelle ambientali, relative all’inattesa caratura raggiunta dalla Wnba.
Questo è il punto degno di attenzione. La Wnba non sta semplicemente guadagnando un suo pubblico di nicchia. Sta portando lo sport femminile verso una dimensione economica e mediatica mai raggiunta prima, in un ciclo espansivo che molti analisti collegano in tanti aspetti all’esplosione dell’Nba nei primi anni Ottanta del secolo scorso. Un caso-studio perfetto per capire quanto oggi il mondo dello sport globale possa trasformarsi rapidamente. Fino a pochissimi anni fa era una lega economicamente fragile e con un seguito limitato, nota quasi solo per l’attivismo politico delle proprie atlete, che potevano permettersi di campare di basket solo aggiungendovi la stagione europea. Molte di loro giocavano in Russia, come nella nota vicenda di Brittney Griner, oppure in Italia, come la grande protagonista di gara 7, Gabby Williams, passata da Napoli. L’immagine iconica è Joseph Tsai che nel 2019 acquista per “soli” 10 milioni di dollari le New York Liberty che giocavano al tempo in una piccola arena nella suburbia del New Jersey, perché al netto di ogni richiamo all’eguaglianza, quello che non è capace di attirare pubblico non vale niente, soprattutto per la mentalità americana. Nel gennaio del 2020 la morte di Gianna “Gigi” Bryant, potenziale futura stella della lega con il padre a farle da mentore, già in rapporti con molte cestiste, tra cui proprio Gabby Williams, la preferita della figlia, che non a caso venne invitata ad allenarsi alla Mamba Sports Academy.
Nel 2021 le polemiche per le dotazioni infrastrutturali scadenti delle finali femminili Ncaa, segno non solo della loro irrilevanza, ma anche di come il mondo sportivo universitario americano in tante sue parti dirigenziali abbia sempre vissuto come imposizione da sabotare le battaglie per l’eguaglianza del Title IX, da cui a partire dai primi anni Settanta si è sviluppato lo sport femminile americano e di riflesso globale. Nessuno, letteralmente nessuno, poteva immaginare un destino di successo per la Wnba. A soli cinque anni di distanza, assistiamo invece a una concentrazione di giovani talenti iconici passati attraverso l’esperienza del basket universitario, da cui è nata l’irradiazione guidata da Caitlin Clark e Angel Reese e dai loro scontri agonistici e verbali, ma fatta ora di tante altre protagoniste. Quasi tre milioni e mezzo di telespettatori per gara 7, dato cresciuto di quasi sette volte rispetto ai picchi del 2021 e senza il traino del Clark-effect. Le Valkyries che raggiungono quota 100 milioni di fatturato e un miliardo di valutazione, sono diventate uno dei simboli della nuova forza commerciale del movimento, mentre i valori delle franchigie continuano a crescere. Deloitte ci da il ritmo della crescita: l’industria globale degli sport femminili, pressoché inesistente un decennio fa, tre stagioni fa valeva seicento milioni di dollari, oggi vale tre miliardi, con la Wnba che rappresenta il 35 per cento della torta (mentre l’Europa pesa solamente per il 14 per cento, una cifra vicina all’irrilevanza). C’è anche un passaggio politico importante e inedito. Non più semplicemente la lega woke attaccata dal mondo Maga dall’esterno, ma le guerre culturali portate al suo interno attraverso la differenziazione e la polarizzazione delle icone, in questa stagione soprattutto con Sophie Cunningham, sempre più eroina Maga, con il suo dito puntato verso le rivali, i suoi richiami al patriottismo, e la crescita social stagionale più alta nel mondo del basket, giocatori Nba compresi. Tutto carburante dell’attenzione.
Qualche pensiero finale sull’Italia, la nazione più americanizzata d’Europa, ora anche nello sport, con il calcio cambiato di proprietà e orizzonti. C’è uno strano destino che unisce i due sport simbolo del femminismo sportivo americano, basket e calcio, nella loro avanzata ora anche economica e commerciale. In Italia sono sport minorissimi, con poche attenzioni al di fuori di qualche picco estivo con le squadre nazionali, e un bacino di praticanti che è un decimo di volley e ginnastiche messe assieme. Una separazione di geopolitica sportiva radicale tra l’anglosfera in cui “tutti guardano gli sport femminili”, quindi basket e calcio, e l’insularità italiana che guarda maggiormente a Est, al volley e ad orizzonti privi di rivendicazioni femministe e attivismi Lgbtq+. Eppure questa Italia minore riesce a figurare nel punto più alto della trentennale storia della Wnba con la classe di Cecilia Zandalasini. L’ennesimo caso-studio di una caratteristica dello sport italiano su cui siamo intervenuti tante volte: la capacità dei tanti distretti e laboratori di artigianato sportivo sparsi per lo Stivale di formare talenti con una versatilità unica. In questo caso il merito va anche al Geas di Sesto San Giovanni e al lavoro di Cinzia Zanotti, oltre che, naturalmente, al Famila Schio.