Il calcio senza selfie. La rivolta degli stadi contro gli influencer

Dalla Dynamo Dresda all’Hertha Berlino, alcune squadre tedesche hanno dichiarato i vlogger da stadio persone non gradite. Per motivi commerciali, dato che spesso i destinatari del provvedimento monetizzavano, e per motivi di ambiente, rispetto e vivibilità
8 NOV 26
Immagine di Il calcio senza selfie. La rivolta degli stadi contro gli influencer

Foto di Victoria Prymak su Unsplash

L’estate scorsa la Dynamo Dresda ha dichiarato influencer e vlogger da stadio persone non gradite, e la notizia è stata accolta con profonda approvazione da molti. Tifosi veri, amanti del calcio duro e puro, per quanto possa esserlo di questi tempi e per quanto la definizione sia soggettiva. “Vloggen? Nicht bei Dynamo”, niente vlog alla Dynamo, insomma, il messaggio del club tedesco, attualmente in seconda serie. Per motivi commerciali, dato che spesso i destinatari del provvedimento monetizzavano, magari mostrando marchi di abbigliamento o di tecnologia, violando gli accordi sui diritti tra Dynamo e media, e per motivi di ambiente, rispetto, vivibilità: “Molti tifosi desiderano godersi l’esperienza allo stadio senza telecamere o registrazioni costanti nelle immediate vicinanze”, un sentimento sempre più diffuso, nelle parole della Dynamo, promossa dalla terza serie alla fine della stagione 2024-25 e forte di una tifoseria numerosa, appassionata e scenograficamente rilevante, che lo scorso anno era diventato quasi di moda esaltare. E dove c’è la moda, di cui club – perlomeno quelli che i content creator invece non li invitano espressamente – e tifosi non hanno alcuna colpa, è inevitabile che spunti chi la vuole cavalcare.
A marzo Ben Paul, seguitissimo youtuber, era stato costretto a lasciare lo stadio della Dynamo per insulti ricevuti mentre girava un video. L’episodio era arrivato poche settimane dopo una prima riunione tra dirigenti e tifosi in cui il problema era stato affrontato. Le minacce magari no, e ci sono anche situazioni bizzarre come un recente post di Instagram in cui la bandiera di un tifoso del Bayern col simbolo di divieto di uso di smartphone compariva assieme a due… smartphone che la fotografavano, ma è chiaro che la crescente presenza di influencer è un problema reale per chi del calcio ha una concezione lontana dai selfie con “ragazzi, guardate dove sono!” che spostano l’attenzione (e le ‘collab’) dall’oggetto al soggetto autoreferenziale del video. Peggio ancora, agli occhi dei puristi, se indossa la maglia del club, adottata solo per il tempo necessario alle riprese. Alla Dynamo in ottobre si è aggiunta l’Hertha Berlino, la “Alte Dame” (Vecchia Signora) del calcio tedesco, che gioca nel superbo Olympiastadion, ma già tempo fa l’Hansa Rostock, club dell’estremo nordest ora in terza serie, aveva più scoraggiato che vietato derive social: il che ovviamente non significa che non si possano fare foto o o video, ma che si debba avere rispetto per chi è allo stadio e, semmai, utilizzare le immagini per un post didattico. Meglio ancora se mostra il campo e lo stadio e non il viso dell’autore. Buona pratica seguita ad esempio dagli appartenenti ad una categoria che solo rarissimamente coincide con quella degli influencer: i groundhopper, termine inglese che indica chi ‘salta’ da uno stadio all’altro, nato con la tradizione del ‘doing the 92’, cioé vedere almeno una partita in tutti e 92 gli stadi della Football League, anche se dal 1992 le squadre di Premier League formalmente non ne fanno parte.
Il groundhopping è pratica sempre più diffusa, ma effettuata perlopiù con riservatezza e con uno spirito diverso da quello degli influencer: spesso, la ricerca di un calcio lontano dalle mode, dove i tifosi sembrano conoscersi da sempre, dove la squadra di casa indossa la prima maglia di cui non sente il bisogno di spiegare il design con supercazzole e i bambini indossano quella e non quella del Paris Saint-Germain, dove una terza maglia neppure esiste. E se alcuni decenni fa già esisteva una fanzine chiamata Groundhopping Informer, ora ci sono app che permettono di segnarsi ‘presenti’ a partite e tenere così il conto: la più diffusa è futbology, creata dai norvegesi Geir Florhaug e Lars Erik Bolstad, in cui risulta che il tedesco Andi Bruck ha visto 14.534 partite e che un altro tedesco, Jens-Uwe Hanssen, ne ha vista almeno una in 9.218 stadi.
Tra gli italiani, il milanese Daniele C., 52 anni, su Instagram come casciavit74, è a quota 487 stadi: e sarebbero stati di più se non avesse rinunciato ad alcuni “perché sarei arrivato a ridosso della partita e sarebbe stato come vedere la tv dal vivo, mentre io ho bisogno di immergermi nell’ambiente, passeggiare per il quartiere e osservare luoghi di ritrovo, magari con memorabilia”. Pur col pericolo della generalizzazione, è lo spirito generale dei groundhopper, che spesso viaggiano da soli e con discrezione per gustarsi meglio l’esperienza e non inquinare quella dei tifosi di casa. E pazienza se può sembrare contraddittorio detestare il cosiddetto calcio moderno e poi, grazie allo “spezzatino” televisivo che proprio il calcio moderno ha prodotto, riuscire a vedere in un solo fine settimana tre o quattro partite diverse, che un tempo sarebbero cominciate tutte lo stesso giorno e alla stessa ora.