Non solo la Nazionale. Il rugby delle salamelle e dei salti mortali

Iniziano le Northern Hemisphere Series del Nations Championship. Fantastico, senonché il rugby professionistico non è il rugby italiano vero, quello di base, di tutti e per tutti, delle giovanili e del minirugby, che è in crisi. Da tempo

7 NOV 26
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Erano i test-match, sono le Northern Hemisphere Series del Nations Championship: la “finestra” internazionale del rugby di novembre dedicata alle partite contro squadre dell’altra parte del mondo. Oggi, sabato 7 alle 12.40 contro il Sudafrica a Torino; sabato 14 alle 12.40 contro l’Argentina a Genova; sabato 21 alle 17.40 contro Fiji a Udine; infine le finali dal 27 al 29 novembre a Twickenham, Londra (dirette tv su Sky Sport). Il rugby professionale e professionistico, come spettacolo, ma anche come affare, come sublime arte, ma anche come umano videogioco, come cavalleria aritmetica dell’Ottocento, ma anche come artiglieria algoritmica del Terzo Millennio. Fantastico.
Fantastico, senonché il rugby italiano che si specchia nel mestiere del pilone Simone Ferrari, nella tenacia del terza ala Manuel Zuliani, nelle visioni del mediano di apertura Paolo Garbisi, nella imprevedibilità del trequarti Ange Capuozzo, non è il rugby italiano vero, quello di base, di tutti e per tutti, delle giovanili e del minirugby, che è in crisi. Da tempo. E dal tempo del Covid non è ancora riuscito a rialzarsi. La luccicante vetrina di novembre non può nascondere il problema né risolverlo.
Settimo Milanese, per esempio. Alle porte di una Milano che un secolo fa guidava il movimento ovale. “Facciamo i salti mortali”, racconta Andrea Belligi, presidente dei Lyons Settimo Milanese (quella “y” rimane un mistero, probabilmente un errore di traduzione). Anno di nascita 2009, numero di tesserati 140, squadre Under 6, 8, 10 e 12 in proprio, Under 14 e 16 con Abbiategrasso e Falchi della Lomellina di Vigevano, Under 18 con il Parabiago, più gli Old uomini e donne. “Il nostro campo è quello dei Sette Aceri a Castelletto: il Comune ha promesso che trasformerà la superficie in sintetico e la farà condividere al 50 per cento tra calcio e rugby. E sarà ingrandita la palestra. Dalla Federazione riceviamo 1.800 euro l’anno, che significano due mesi di illuminazione. Al pareggio di bilancio – paghiamo solo bollette e allenatori – arriviamo grazie alle quote di iscrizione, ai proventi della clubhouse e delle feste, alle torte fatte in casa e alle salamelle cucinate all’aperto, affidandoci al volontariato e a piccoli sponsor locali. Ai tesserati chiediamo quote annue dai 130 ai 300 euro, ma chi non può pagare, non paga. E, sia chiaro, i consiglieri non hanno rimborsi né gettoni. Quanto a promozione e reclutamento, andiamo nelle scuole e puntiamo sui centri estivi, intesi non più come parcheggi, ma come piccole oasi sportive e anche scolastiche, sociali, missionarie, sperando che qualcuno rimanga con noi”. Nello staff dei Lyons di Settimo Milanese brilla la figura di Franco Carnovali, antico giocatore e allenatore in Serie A e B, già nel giro delle Nazionali (con lui l’Italia conquistò il prestigioso Fira nel 1984, una sorta di campionato europeo per Under 19, l’unica vittoria italiana nella storia): a Settimo, quasi nell’anonimato, Carnovali allena la Under 16.
Briganti e Brigantesse di Librino, per esempio. Nato come città-satellite e diventato quartiere di Catania, qui il rugby ha sempre avuto ruolo e compito sociali prima che sportivi. “Facciamo doppi salti mortali”, spiega Piero Mancuso, tra i fondatori e i responsabili della squadra. Anno di nascita 2006, numero di tesserati che va dai 250 di inizio anno ai 300 di fine anno, squadre Under 8, 10 e 12 miste (fino a quella età maschi e femmine giocano insieme), Under 14, 16 e 18 separate, poi le prime squadre, maschile in C e femminile in A. “È un problema di costi. L’anno scorso l’intera attività richiedeva 35-40mila euro, adesso 55-60mila. Ragazze e ragazzi hanno deciso di autotassarsi. Da sempre ci arrangiamo. Abbiamo aperto la nostra palestra ad altre attività, dall’arrampicata allo yoga e al judo, organizziamo feste e spettacoli, contiamo su cucina e bar, su qualche rimborso della Federazione e della Regione e anche su piccoli sponsor. La verità è che le fondamenta del rugby in Italia sono fragili. La narrazione è importante, ma spesso favolistica. Però i valori resistono. La nostra fortuna sta nella natura del gioco: il sostegno, che sul campo è contare nell’aiuto di compagni e compagne. Questa disponibilità vale nella vita di tutti i giorni, fuori dal campo”. Mancuso ha un sogno: “Una squadra di rugby in ogni quartiere della città aiuterebbe a risolvere i problemi di devianza, delinquenza e menefreghismo”.