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"Nel rugby trasmettere è un verbo importante". Intervista a Gianmarco Lucchesi
Parla il tallonatore della Nazionale azzurra. Il suo è "un ruolo un po’ da macelleria e un po’ da oreficeria". Sabato l'Italia gioca contro il Sudafrica nella prima partita delle Northern Hemisphere Series del Nations Championship

Gianmarco Lucchesi con la maglia dell'Italia in azione contro la Romania (foto di Andreea Alexandru per Ap, via LaPresse)
Springboks sono le gazzelle. Un soprannome, quello attribuito al Sudafrica del rugby, inadatto. “Un mostro carnivoro dal muso sporco sarebbe stato più adatto allo scopo”, scrive Daniel Herrero nel suo “Dictionnaire amoreux du Rugby”. E sabato 7 novembre, alle 12.40, all’Allianz Stadium di Torino (in diretta tv su Sky Sport Uno, in chiaro su TV8 e in streaming su NOWtv), gli Azzurri affronteranno i mostri carnivori, pardon, le gazzelle, primi nella classifica mondiale ovale e campioni del mondo in carica. Fra gli azzurri, Gianmarco Lucchesi, 26 anni, 1,84 per 110, pisano cresciuto a Livorno, ingaggiato dal Tolone e radicato nell’Italia (36 presenze).
Lucchesi, se chiude gli occhi e apre il cuore, come si rivede ieri?
“A Livorno, da bambino, entusiasta di cominciare un nuovo sport di cui non sapevo nulla ma mi incuriosiva tutto. E quello sport mi avrebbe regalato la disciplina e, allo stesso tempo, il divertimento, la voglia, l’eccitazione. Appena potevo, andavo al campo e al campo rimanevo, prima e dopo gli allenamenti”.
Come si vede oggi?
“La passione è diventata una professione. Fai un lavoro che ti piace – si dice – e ti sembrerà di non lavorare mai. Infatti per me è difficile chiamarlo lavoro, il rugby, anche se fra allenamenti in campo e in palestra, partite in campionato e in nazionale, valigie e viaggi, aerei e bus, non si sta mai fermi. Anche il riposo è attivo. Tant’è vero che fa parte degli allenamenti. E più gli obiettivi si alzano, penso al campionato francese e alla Coppa del mondo 2027, più si fanno forti le necessità, più si fanno urgenti serietà e concentrazione”.
E come si vede domani?
“Nel rugby, comunque e dovunque. Perché è il mio mondo ma anche il mio modo, è tutto quello che ho imparato e che potrei insegnare. Trasmettere – un pallone e poi esperienze, conoscenze, storie – è nel rugby un verbo importante. Insomma, non so ancora come e dove, ma nel rugby resterò”.
Lucchesi, di una partita qual è la parte più goliardica?
“Il dopo, ma solo quando si vince”.
La parte più intima?
“Il prima, quelle due o tre ore fra pressione e silenzio, concentrazione e visualizzazione, ricordando come si è arrivati fino a quel punto e per chi lo si è fatto”.
La parte più eccitante?
“L’ingresso in campo. Dal buio alla luce, dal silenzio al clamore, dalla quiete alla tempesta. Carichi di adrenalina”.
La parte più stressante?
“I pensieri, spesso simili a preoccupazioni, sempre prima di entrare in campo”.
Il momento più spirituale?
“L’inno nazionale. Si ha un bel dire, ma è un momento lungo e solenne, profondo e intenso, in cui senti di indossare una maglia pesante come uno stadio e rappresentare un’intera nazione o paese. Il tuo”.
Il momento più commovente?
“Sempre l’inno. Grandi e grossi, quasi tutti lo siamo, ma con il cuore sensibile se non tenero”.
Meglio cominciare dal campo o dalla panchina?
“Siamo tutti titolari. La differenza è fra chi comincia la partita e chi la finisce, non fra titolari e riserve. Sono due modi diversi di giocare e di entrare per giocare. Quando comincio dal campo, mi stresso di più perché so che l’inizio è importante, importantissimo, spesso decisivo. Quando comincio dalla panchina, sono più sereno, anche se so di avere il dovere di mantenere quanto è stato fatto se non di migliorarlo e dare ancora di più. Stavolta comincerò e finirò in tribuna, ma in novembre giocheremo quattro partite, ci sarà bisogno di tutti”.
Tallonatore, che ruolo è?
“Un po’ da macelleria e un po’ da oreficeria. Nelle mischie ordinate: stretto fra i piloni, faccia a faccia, orecchie a orecchie, fiato a fiato contro gli avversari, nel cuore di due macchine a vapore. Ossa, muscoli, carne. In touche, il gesto tecnico del lancio esige perfezione nella sincronia e nella sintonia”.
Mai desiderato giocare altrove?
“Qualche volta, lo confesso, sì. Magari come terza linea, per cui il campo diventa una prateria. Ma sono soltanto momenti. Sto bene dove sono”.
Lions Amaranto, Tolone, Italia...
“I Lions Amaranto crescono, ogni volta che torno a casa vado a trovarli e mi inorgoglisce pensare di aver contribuito alla loro crescita. Tolone è una città immersa nella cultura rugbistica, una piazza non semplice perché si pretendono risultati, cioè giocare sempre per vincere, e il rugby significa storia e tradizione, voglia e volontà. L’Italia è una famiglia, una casa, compagni che considero fratelli e persone cui voglio un bene dell’anima”.