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Le modifiche a Gold Cup e Coppa d'Africa ci dicono qualcosa sui problemi del calcio
Mentre in Europa si discute del sovraccarico dei calciatori, le confederazioni cercano di aumentare il numero delle partite o di conservarne la frequenza. Per alcune organizzazioni il calendario è una leva commerciale, per altre una condizione di sopravvivenza economica

Un'immagine di Stati Uniti-Suriname, una delle due semifinali della Gold Cup 2025 (foto Ap via LaPresse)
Il calendario del calcio mondiale somiglia sempre più a un territorio conteso, dove ogni competizione cerca spazio e nessuno sembra disposto a cederne. Il 5 novembre, infatti, la Concacaf ha annunciato una nuova formula per la Gold Cup, il torneo delle nazionali del Nord e Centro America e dei Caraibi. Una settimana prima, il 29 ottobre, la Confederazione africana aveva deciso di riportare la Coppa d’Africa alla cadenza biennale, rinunciando al progetto di disputarla ogni quattro anni. Due decisioni apparentemente lontane, unite dalla stessa necessità: difendere il proprio peso economico e politico nel calcio internazionale.
La Gold Cup del 2027, in programma dal 17 giugno all’11 luglio, avrà sedici partecipanti divise in due gruppi da otto, anziché nei tradizionali quattro gironi da quattro. Ogni nazionale giocherà quattro incontri nella prima fase, contro tre del passato, affrontando avversarie di differenti fasce di ranking. Le prime quattro di ciascun gruppo accederanno ai quarti di finale. Tradotto nel linguaggio del mercato: incontri più interessanti, maggiore attenzione del pubblico e un prodotto televisivo più appetibile. La Gold Cup deve conquistare una propria riconoscibilità in un mercato sportivo ricchissimo, ma nel quale il calcio deve competere con altri spettacoli. Non è secondario che tra le partecipanti del 2027 ci sarà anche l’Arabia Saudita, invitata per la seconda edizione consecutiva: la geografia delle competizioni segue ormai anche quella delle relazioni commerciali.
In Africa il problema è differente. La Caf ha ammesso che la nuova Nations League continentale, pensata per accompagnare il passaggio della Coppa d’Africa a una periodicità quadriennale, avrebbe impiegato anni a garantire entrate sufficienti. Il presidente Patrice Motsepe ha quindi scelto di salvaguardare gli interessi delle 54 federazioni affiliate. Dopo l’edizione del 2027, ospitata da Kenya, Tanzania e Uganda, sono previste quelle del 2028, 2031 e 2033. La regolarità biennale non sarà immediata, ma il principio economico è stato ristabilito.
La Coppa d’Africa non è soltanto una competizione prestigiosa. È una fonte di finanziamento indispensabile per molte federazioni che non dispongono dei ricavi del calcio europeo. Secondo i dati diffusi dalla Caf, l’edizione marocchina del 2025 ha registrato un pubblico televisivo cumulato superiore a 3,2 miliardi e sei miliardi di visualizzazioni digitali.
Il paradosso è evidente. Mentre in Europa si discute del sovraccarico dei calciatori, le confederazioni cercano di aumentare il numero delle partite o di conservarne la frequenza. Non necessariamente per avidità. Per alcune organizzazioni il calendario è una leva commerciale, per altre una condizione di sopravvivenza economica. E chi dispone di meno risorse ha spesso meno margini per rinunciare ai propri tornei.
Nel frattempo i club europei, che pagano gli stipendi di molti protagonisti delle nazionali africane, chiedono maggiore tutela dei calciatori. Una richiesta legittima, che però si intreccia con la difesa dei propri investimenti. Fifa, confederazioni e società cercano ciascuna di proteggere il proprio spazio, senza un’autorità capace di conciliare davvero interessi così divergenti.
Gold Cup e Coppa d’Africa raccontano dunque qualcosa che va oltre le formule dei tornei. Nel calcio globale il calendario è diventato una forma di potere. Chi controlla le date controlla una parte dei ricavi, della visibilità e delle opportunità di crescita. Il problema è che il tempo disponibile resta lo stesso, mentre aumentano quelli che vogliono venderlo.