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Leo Ostigard e la "condanna" della difesa
Il centrale norvegese non è molto alto, non è molto veloce, non ha lo scatto per giocare di anticipo, eppure è riuscito a far passare in secondo piano le proprie mancanze trasformandosi in un radar

Leo Ostigard contro Kolo Muani (foto LaPresse)
Se Leo Østigård ha fatto il difensore centrale "la colpa" è di Fabio Cannavaro. Una "colpa" che va però condivisa con la sua lentezza. Non è mai stato veloce, non ha mai avuto lo scatto che lo avrebbe potuto far giocare altrove: il centro della difesa è sempre stato per lui una dolcissima condanna. La migliore che gli potesse capitare. Perché quando lo hanno messo a fare il difensore, a lui è subito piaciuto. Ha subito compreso la bellezza che si nasconde in un ruolo che ha come principale obbiettivo quello di rovinare ciò per il quale il calcio vive: il gol. Essere guastafeste e non festa ha un suo fascino unico, forse crudele, spesso sgradevole, senz'altro beffardo.
Vedendo giocare Fabio Cannavaro, Leo Østigård ha deciso che fare il difensore poteva essere una gran bella cosa. Ha subito capito però che diventare come il difensore della Nazionale era missione impossibile, perché di giocatori come Fabio Cannavaro ce ne sono stati pochi in tutta la storia del calcio, e allora ha deciso di smetterla di ragionare per emulazione e darsi all'interpretazione.
Un'interpretazione un po' sui generis quella di Leo Østigård, senz'altro sincera. Il norvegese ha capito subito i limiti che aveva: non era molto alto, non era molto veloce, non aveva lo scatto per giocare di anticipo. Ha agito non per migliorarli, ma per evitare che fossero palesi. Ha messo muscoli, ha lavorato sulla concentrazione, ha migliorato la capacità di passare e calciare il pallone. Ha capito soprattutto che spesso intimidire è fruttuoso tanto quanto anticipare. Il suo difendere è un insieme di intimidazioni, maniere forti e agonismo. Il tutto mescolato a una furbizia di prim'ordine. Perché la consapevolezza dei suoi limiti ha creato nel difensore norvegese una capacità fuori dal comune di osservare ciò che gli accade attorno. D'altra parte se ti senti in difetto hai tre strade: o accettare questo e farti piccolo, o non accettare questo con il rischio di fare la figura del pirla o del ganassa, oppure prenderne atto, fregartene, e trovare altre strade per poter sfruttare le tue qualità senza star troppo a pensare ai difetti. Leo Østigård ha scelto questa. Si è fatto radar, si è abituato a stare attento a tutto, provare a controllare ogni cosa e agire di conseguenza.
Ovunque è andato è riuscito a farsi apprezzare per questo atteggiamento. Anche a Napoli, prima nell'anno dello scudetto con Luciano Spalletti in panchina, quando faceva la riserva di Min-jae Kim e Amir Rrahmani, e poi in quello mesto dei tre allenatori in una stagione (Rudi Garcia, Walter Mazzarri e Francesco Calzona) si è fatto sempre trovare pronto e non ha mai fatto rimpiangere i titolari. Anzi. Le difficoltà della seconda stagione hanno condotto sia Rudi Garcia sia Francesco Calzona a puntare su di lui. Perché quando la situazione non è delle migliori, il talento non sempre è più utile della capacità di trovare soluzioni. E Leo Østigård è un uomo che una soluzione la trova sempre. A costo di costruirsela.
Da quando è al Genoa, Daniele De Rossi non ha mai nemmeno per un secondo pensato di fare a meno del centrale norvegese. L'allenatore ha dato a Leo Østigård la gestione della squadra in campo, ha cercato di modellare la sua difesa attorno a lui, mettendogli accanto non i migliori in assoluto, ma i compagni di ruolo capaci di giocare meglio con il centrale difensivo, quelli più in sintonia con il norvegese. L'inizio è stato duro. Poi tutto le difficoltà si sono attenuate e i risultati sono arrivati.
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Anche quest'anno c'è Olive, la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Piccoli ritratti, non denocciolati, da leggere all'aperitivo. Qui potete leggere tutti gli altri ritratti.
