Sabatini è ancora in campo

“Il calcio è arte, certe mischie richiamano Guernica, altre i movimenti loschi delle scene di Caravaggio. Una bella giocata provoca la stessa emozione di un quadro. La Pro Patria è la mia Itaca", dice lo storico direttore sportivo
1 NOV 26
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Foto LaPresse

Confessione personale: quando ho saputo che avrei condotto Dribbling, la prima telefonata è stata a Walter Sabatini. Il direttore sportivo per eccellenza, il rabdomante di bellezza e di talenti, l’uomo incapace di fare sconti (anche a sé stesso). Si è lasciato convincere e l’ho coinvolto nel programma: il suo sguardo sul pallone è unico, anche in questi anni di smart working forzato. Ci ridiamo sopra, tutto scorre nel verde profondo degli occhi: Walter dispensa carezze, legnate, ricordi. La convalescenza, durata due anni dopo la crisi respiratoria e un mese di coma, è finita. Il fisico è asciugato dal conto presentato da decenni di apparente invincibilità: infiniti viaggi e camere d’albergo, trattative snervanti, promesse del calcio lanciate e perse per strada, Lazio e Palermo, la bellissima Roma di metà anni Dieci, il rimpianto Inter e un sentiero lastricato di miracoli come la salvezza alla Salernitana. In una mano, la sigaretta elettronica che ha sostituito quelle vere, migliaia, il marchio di fabbrica della vita precedente. Nell’altra, il cellulare che squilla meno ma suona meglio: la chiamata come consulente della Pro Patria, in Serie D, l’ultima squadra in cui aveva giocato – Sabatini era un fantasista talentuoso quanto svogliato – ha ravvivato un fuoco sacro che non conosce gradazioni di categoria. È appena tornato a Roma da Busto Arsizio, non seguiva un allenamento dal vivo da maggio 2024.
Walter, che cosa ti manca di più del campo?
“Il rumore dell’allenamento, i ragazzi che litigano, si abbracciano, si esprimono liberi. C’è chi soffre, chi mente, chi tira il gruppo, chi si esalta. Uno spettacolo d’arte varia che non puoi cogliere da uno schermo”.
Un mese fa abbiamo visto una partita della Roma. “Guarda come si cercano, come si abbracciano”, mi hai detto dopo un gol decisivo.
“La coesione spirituale è un fattore superiore. La Roma attraversa questo stato d’animo collettivo: Gasperini insegna l’ortodossia della vittoria, è un allenatore che ti fa fare passi da gigante. Il 3-3 col Napoli è un toccasana per il calcio italiano. Hanno giocato benissimo entrambe, dando vita a una battaglia che onora il pallone: quando siamo a questo livello, tutti devono dare la caccia alla Serie A”.
Torniamo alla coesione del gruppo: si può allenare?
“No, l’allenatore può solo ispirarla. Poi, dipende dai calciatori. Una parola, uno scherzo, una cena possono innescare un meccanismo positivo che vedi in campo: ci si toglie dall’imbarazzo insieme, si è furiosi in undici, si vince e si crolla come gruppo. Questa unità distingue una buona squadra da una modesta: pensi che l’Inter ribalti le partite per caso? Ha sia l’euforia che la disperazione, tutti attaccati allo stesso ideale. Mi piace definirlo calcio solidale”.
Chi è il perfetto giocatore solidale?
“Matteo Politano. Unisce tecnica, lavoro, attaccamento alla maglia. Sembra uscito dalla canzone di De Gregori: altruismo e fantasia”.
Il pallone è la tua vita da sessant’anni. Cosa ti fa ancora schiodare dalla sedia?
“Il colpo di genio. Prendi il gol di Thuram alla Fiorentina. Un colpetto mancino nell’unico pertugio possibile, all’angolino: uno sfoggio di autocontrollo mentre il pallone scotta e sai di non poter sbagliare. Mi emoziona la variazione dello spartito sotto stress: amo il controtempo, le giocate dispari”.
Come certa musica jazz: irregolare, seducente.
“Il calcio è arte. Certe mischie richiamano Guernica, altre i movimenti loschi delle scene di Caravaggio. Una bella giocata provoca la stessa emozione di un quadro. ‘Ho la sindrome di Stendhal’, è il miglior complimento che possa fare ai miei giocatori. Nulla è più appagante”.
A proposito di Caravaggio: Gattuso sta illuminando la Lazio e la classifica.
“Rino sta facendo un lavoro incredibile. È diventato un chirurgo. La Lazio ha meccanismi perfetti, una umanità fuori dal comune, giocatori migliorati singolarmente. Vince giocando bene, finisce in crescendo. Isaksen è il suo capolavoro: era già forte, ma sempre frenato dalla timidezza. Gattuso gli ha costruito una corazza di autostima. Il campo non lo risucchia più”.
Cesc Fabregas, invece, è il migliore architetto della Serie A?
“Ti correggo: è un’archistar. Condensa culture diverse, studio, esperienze. Ha il coraggio di osare. Difende attaccando, e viceversa”.
Menzione d’onore per Nico Paz?
“Vale sempre il prezzo del biglietto, anche se facciamo torto agli altri dieci giocatori, stupendi. Il Como non ha perso il gusto del divertimento, lo spirito bambino del gioco, il più puro”.
Paz è pronto a vestire la 10 dell’Argentina, lasciata da Leo Messi?
“Quella maglia è il 10 della storia. Messi, Maradona, Kempes: ci scordiamo di lui, ma il Mundial ‘78 è roba sua. Comunque, senza dubbio: Paz è al centro del teatro del futuro”.
Avresti visto quel 10 sulle spalle del tuo amatissimo Javier Pastore?
“Resta il più forte della mia traiettoria. Irripetibile”.
Mancherà Lautaro nel derby di Milano: stasera, una delle ultime danze a San Siro.
“Abbatterlo sarebbe come privarsi della Madonnina: è il simbolo di un derby unico. Sfida interessante, stasera. Chivu è un allenatore completo. È mentale e fisico, totalmente immerso nel gruppo. Soffre e gode, passa la partita in ginocchio e alla fine esulta: non stupisce, aveva fatto grandi cose già a Parma. Anche Amorim è ottimo, ma ancora lontano. Si vedono segnali di risveglio, il Milan torna a somigliare al Milan; la salita, però, non è finita. Gli atti di coraggio possono diventare errori: Moreira, per esempio, non sarà mai Leão”.
Risorgeranno anche Spalletti ed Allegri?
“Senza dubbio. Partono da situazioni toste. In corso d’opera, Spalletti recupera classifica e gioco. Lo farà anche Allegri. Anguissa non è un giocatore qualsiasi, ritrovarlo equivale a sistemare un reparto intero. Gli infortuni muscolari potrebbero decidere la Serie A. Si gioca troppo, gli allenatori dovrebbero concedere più riposo: è impopolare, ma servirebbe”.
Come ti pare il Mancini-bis in nazionale? C’è luce in fondo al tunnel?
“Sì, una bella luce: guardiamo oltre l’orizzonte stretto che ci siamo dati. Prendi il Frosinone di Alvini. Ha diversi papabili per l’azzurro. Raimondo, per esempio: gran scoperta del mio amico Sinisa Mihajlovic che sapeva coltivare il talento e incentivarlo. Perché i calciatori devono sentirsi sempre “morsicati”.
Il Frosinone incanta e un suo esterno, Giorgi K’vernadze, guida la classifica dei dribbling. È il gesto più bello del calcio?
“Senza dubbio: è una richiesta d’amore, la folgore che illumina, per un millesimo di secondo, tutto quello che può contenere lo sguardo. Solo un allenatore nevrotico può minimizzarlo: un solo dribbling sostituisce il movimento sincrono di tre giocatori. Per me, il dribbling è santo”.
Chiudiamo da dove siamo partiti, dal campo appena ritrovato. Che cos’è per te la Pro Patria?
“Semplice: è la mia Itaca”.
Chi si stupisce del paragone altisonante ha capito poco di Sabatini. E forse anche della vita.