Luciano Spalletti in cerca del ritorno

Luciano Spalletti sta vivendo la Juventus come una sorta di espiazione da cui non riesce a uscire. Raramente lo abbiamo visto così disorientato nel cercare una soluzione. La squadra non ha gioco, non ha cuore, non ha una visione, non ha nulla 

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(Foto Getty)

Avanti e indietro, come un leone in gabbia. L’esperienza però è quella di un giaguaro, maculata dal tempo. Molte primavere (non si dice l’età di un signore), molte partite, forse duemila, giocate e vinte, e pareggiate, e perse. L’espressione di chi cerca nel profondo una risposta, guardando in basso, a volte in alto, mentre la partita gli scorre davanti come se fosse un dettaglio inutile.
Luciano Spalletti  sta vivendo la Juventus come una sorta di espiazione da cui non riesce a uscire. Raramente lo abbiamo visto così disorientato nel cercare una soluzione. La squadra non ha gioco, non ha cuore, non ha una visione, non ha nulla. Douglas Luiz è un brasiliano a cui sembra mancare il Brasile, con le sue distanze, le sue bellezze. Si muove in pochi metri, e quando allunga la gamba, ricorda un bambino alle prese con il gioco dei grandi. Lo superano tutti, e lui li guarda come a non trovare una ragione in tanto agonismo.
In difesa c’è sempre qualcuno che si distrae, e in pochi attimi provoca un buco dentro il quale si infilano tutti come zanzare. Anche il portiere risulta anonimo, pur non avendo colpe specifiche, un Vicario di passaggio nella parrocchia. Per non parlare dell’attacco dove Kolo Muanì si lancia da solo, vittima delle carenze tecniche di cui dispone (si fa per dire). Non trova orientamento, che tu lo metta al centro o sulla fascia. Chi è Kolo? Alla Juventus lo conoscevano, perché è tornato? A cosa serve Kolo Muani? Non è un centravanti, non è un’ala, per il momento non si sa cos’è. Magari sboccia all’improvviso, ma quanto è costata la sua assenza?
La Juventus possiede sei ali, le elenco per chiarezza: González, Conceição, Zhegrova, Boga, Alajbegovic e volendo anche Yldiz. Con esse Spalletti ha giustamente pensato di volare, giocando leggero. Poi ha cominciato a perdere, risultando pesante, e si è messo a guardare l’orizzonte come un generale nostalgico, con il binocolo sul petto. Ed è tornato indietro, al suo calcio fatto di profondità, al posto di un palleggio sterile. Ma ormai gli schemi erano saltati, nonostante l’anomalia a-schematica che porta il nome di Woltemade. Si aggira nel bosco juventino, lui un pioppo bianco, come un albero senza radici. Si capisce che sa giocare, ma non serve. E allora un po’ fuori e un po’ dentro, spinto da Spalletti quando c’è da sperare.
Intanto Luciano cammina davanti alla panchina. Avanti e indietro, sperando di trovare, magari già domani contro Allegri, la strada del ritorno.