L’ultimo capolavoro di Coppi. L'Italia lo processava e lui vinceva

La gente a bordo strada non lo guarda più solo come il più grande di tutti. Da quando di Fausto Coppi non si occupano solo le pagine sportive dei quotidiani, l’Airone è “anche” l’uomo che ha intrecciato una relazione clandestina con la “Dama Bianca”. È con il peso dello scandalo, delle denunce e di un’Italia che lo giudica anche fuori dalle corse che il Campionissimo affronta il suo Lombardia  

31 OTT 26
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Il campionissimo Fausto Coppi (1919-1960) e Giulia Occhini, la famosa Dama Bianca conosciuta nel 1948 e sposata nel 1955 in Messico dopo la denuncia per adulterio in Italia (foto Getty)

Settantadue anni fa, oggi, Fausto Coppi vinceva la sua ultima grande corsa. Non fu l’ultimo successo, ma certamente fu un sigillo di qualità alla sua straordinaria carriera. Il 31 ottobre 1954, quando le mezze stagioni esistevano ancora. Piove su Milano. Su tutto il Nord Italia si è appoggiata una cappa di nuvole basse che scaricano quella pioggerellina leggera per cui non sai mai se aprire l’ombrello e, mentre ci pensi, sei già zuppo. Non è nebbia, quella c’è quando sopra c’è il sole. Ma qui di sole nemmeno una traccia. Umido, strade scivolose. Giro di Lombardia, l’ultima grande Classica della stagione. Una gara dura, per definizione. Ducentoventidue chilometri da percorrere, centoventisette uomini a sfidarsi. L’Airone potrebbe avere le ali bagnate, soprattutto perché a 35 anni ci si comincia a chiedere quanti colpi potrà ancora avere in canna uno che ha già vinto cinque volte il Giro, due il Tour, un Mondiale e quattro volte il Lombardia. Per tacer del resto, e del modo in cui l’ha fatto.
Ma c’è qualcosa che potrebbe appesantire le gambe del Campionissimo. E non riguarda il gruppo dei suoi rivali, tra i quali c’è anche il grande Fiorenzo Magni. La gente a bordo strada non lo guarda più solo come il più grande di tutti. Sì, quell’immagine resiste ancora. Ma da quando di Fausto Coppi non si occupano solo le pagine sportive dei quotidiani, l’Airone è “anche” l’uomo che ha intrecciato una relazione clandestina con la “Dama Bianca”.
Lei è Giulia Occhini. Il soprannome nasce da alcune sue apparizioni accanto al corridore, vestita con un soprabito chiaro. La sua presenza attira l'attenzione dei giornalisti e alimenta la curiosità del pubblico. La questione, però, non rimane confinata al pettegolezzo. In un'Italia nella quale l'adulterio è ancora penalmente perseguibile, la relazione assume una dimensione giudiziaria e morale. Coppi e la Occhini diventano protagonisti di una vicenda che mette a nudo il conflitto tra libertà individuale e convenzioni sociali. La loro storia divide il paese. C'è chi condanna il campione perché ritiene che abbia tradito la famiglia e chi vede nella persecuzione della coppia il segno di una società incapace di accettare scelte personali diverse dalla norma.
I due si erano incontrati per la prima volta alla Tre Valli Varesine del 1948. Lei era la moglie del dottor Enrico Locatelli, grande appassionato di ciclismo e tifoso di Coppi. Fausto si era sposato nel 1945 con Bruna Ciampolini e nel 1947 era nata Marina. Ma dal primo incontro, il cuore del campione, celeberrimo per battere solo 40 volte al minuto a riposo, aveva dedicato parte della sua bradicardia a Giulia. Con Bruna ci fu la separazione consensuale, ma altrettanto consenso non arrivò da parte del Locatelli. Il medico di Varano Borghi querelò la moglie per adulterio quando venne a sapere la verità. Per quanto, oggi, possa sembrare incredibile, in Italia il Codice penale all’articolo 559 recita(va) che: “La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno. Con la stessa pena è punito il correo dell'adultera. La pena è della reclusione fino a due anni nel caso di relazione adulterina. Il delitto è punibile a querela del marito”.
Per la cronaca, in un clima sociale decisamente diverso, con due sentenze del 1968 e del 1969, la Corte costituzionale avrebbe dichiarato illegittime le disposizioni dell’articolo 559, cancellando il reato di adulterio dall’ordinamento penale italiano. Una settimana dopo la conclusione del Giro del 1954, Fausto e Giulia lasciarono le famiglie per andare a convivere a Villa Carla, a Novi Ligure. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1954 i carabinieri, accompagnati da Locatelli, fecero irruzione nella villa, ma non riuscirono a cogliere la flagranza del reato (sic). Tornarono il 9 settembre e questa volta arrestarono Giulia Occhini per adulterio. Portata inizialmente nel carcere di Alessandria, dopo quattro giorni la donna venne rilasciata con un foglio di via e l’obbligo di domicilio coatto ad Ancona, a casa di una zia, con obbligo di firma in questura. A Coppi venne tolto il passaporto.
Nel marzo del 1955 ci fu il processo. Scontata la condanna: Coppi prese due mesi di carcere per abbandono del tetto coniugale, la Occhini, che era incinta, fu condannata a tre mesi di reclusione. Entrambi usufruirono comunque della sospensione condizionale della pena. Coppi e la Dama Bianca riusciranno poi a sposarsi in Messico, anche se quel matrimonio in Italia non fu mai riconosciuto. Il 13 maggio 1955 nacque Angelo Fausto detto "Faustino". Il bimbo vide la luce a Buenos Aires condizione indispensabile per dargli il cognome: “Coppi”, visto che Locatelli, al quale evidentemente non era passata, si rifiutava di disconoscere la paternità.
Ma tutto questo, il 31 ottobre 1954, deve ancora accadere. È con il peso dello scandalo, delle denunce e di un’Italia che lo giudica anche fuori dalle corse che il Campionissimo affronta il suo Lombardia. Partenza e arrivo a Milano, la corsa si infiamma sulle rampe del Ghisallo. Robic va in difficoltà, davanti si mette in evidenza Cleto Chiarlone, che riesce a guadagnare spazio. Alle sue spalle, Aldo Moser e Fausto Coppi. Il terzetto transita sul Ghisallo e resta compatto nella discesa, resa insidiosa dalla pioggia. Dietro si muove Fiorenzo Magni. La sua azione è veemente e riduce il vantaggio dei fuggitivi. A Seregno, a 24 chilometri dall'arrivo, i tre battistrada vengono raggiunti. Tutto si rimette in discussione.
Coppi ha costruito la sua leggenda andando via da solo, come oggi fa Pogacar, a molti chilometri dal traguardo. Incastrato in una volata, risulta però più vulnerabile. Ma non c’è più terreno per dargli una chance di andarsene da solo, la strada ormai è una tavola piatta. Il Lombardia si deciderà allo sprint. I corridori entrano al Vigorelli. Walter Serena entra per primo in pista, poi ci sono Magni, Coppi e tutti gli altri. È il momento di rischiare. Coppi scatta, deciso. Albani prova a seguirlo, De Rossi e Magni si mettono a ruota. Coppi arriva davanti all'ultima curva. Magni rilancia, tenta di rimontare e cerca lo spazio per superarlo. Ma il Campionissimo resiste. Guadagna qualche metro, Magni non ne ha più.
Dopo 5 ore, 51 minuti e 33 secondi, Fausto Coppi vince per la quinta, e ultima, volta il Giro di Lombardia. Fiorenzo Magni è secondo, Mino De Rossi terzo. L’Airone di Castellania aveva vinto quattro volte di fila dal 1946 al 1949. Ma questa fu una vittoria diversa dalle altre, e non solo per le vicende personali del grande campione. Non ci fu la classica fuga partita da lontano, quel modo unico di imporre agli avversari un ritmo insostenibile. A 35 anni, contro avversari più giovani e dopo una giornata difficile, era ancora lui a tagliare il traguardo per primo. Fu la testimonianza che la grandezza non coincide con un'unica forma di superiorità. Esistono anche vittorie di resistenza, di adattamento al fatto che per vincere non basta ripetere ciò che ha funzionato in passato.
Quel giorno, a Milano, Fausto Coppi scrisse l'ultimo capitolo di una delle grandi storie del ciclismo con una vittoria diversa da quelle che lo avevano reso immortale. E lo fece in una stagione della sua vita nella quale, fuori dalle corse, l'Italia aveva compreso che il Campionissimo era anche un uomo.