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fra tifo e ascetismo •
La storia incredibile del popolo laziale, vincente ma fuori dallo stadio
La squadra vola, gioca un gran calcio e dopo nove giornate è prima. Ma i tifosi continuano a contestare Lotito e a disertare l’Olimpico: più arrivano le vittorie, più cresce la protesta. Il paradosso biancoceleste
31 OTT 26

Calcio:'libera la Lazio',tifosi avviano contestazione Lotito (Ansa)
I tormenti del laziale – inteso come tifoso della squadra omonima, non come abitante di Latina – conoscono molte sfumature. Un registro variopinto di malinconie e imbarazzi: retrocessioni, calcioscommesse, cori razzisti, striscioni orrendi, saluti romani, crac finanziari, il falconiere dell’aquila dell’Olimpico licenziato per aver esibito su Instagram il suo allungamento del pene dopo l’intervento in day hospital (non sto scherzando). Ma una cosa come quest’anno, a memoria, no. Mai. Credo non esistano precedenti nemmeno all’estero. Me ne sono accorto quando un amico che vive a New York, di passaggio a Roma, mi ha chiesto: “Ma che succede alla Lazio?”. Ho provato a spiegarglielo così. Prendi una squadra contestata da anni: i tifosi vogliono cacciare il presidente e allo stadio non ci vanno più. Aggiungi una rosa da salvezza e un allenatore uscito male dalla Nazionale, dato per spacciato prima ancora di cominciare. Dopo nove giornate quella squadra è prima. Gioca un gran calcio. Segna una valanga di gol. Sembra il Real Madrid, e per come stanno le cose ora potrebbe battere chiunque, anche il Real Madrid. Fin qui, siamo nel campo delle sorprese che il calcio ancora concede ogni tanto. Ma il bello viene ora, dicevo al mio amico: più la Lazio vince, più i laziali disertano l’Olimpico e scrivono “Lotito vattene” sotto i post trionfali della società, come se la squadra stesse precipitando in B.
Da mesi una delle mie droghe di Instagram è Giuseppe, tredici anni, bambino romano che ogni giorno dice “Lotito libera la Lazio” in una lingua diversa, in swahili, in finlandese, in basco – “Lotito, ikomboe Lazio!”, “Lotito, vapauta Lazio!”, “Lotito, askatu Lazio!” mentre aspetto con ansia il latino in un video con Lotito. Ora che la Lazio vince è raggiante. Ma la serie continua identica, un giorno dopo l’altro, come un mantra. A Tokyo un signore di nome Hidenori Masui posta ogni mattina una foto in maglia biancoceleste, il meteo della città e lo stesso “Lotito vattene”. Si scoperchia qui una specie di nirvana laziale, che è poi la cifra di questo tifo: il romanista festeggia una vittoria inutile come una Champions, il laziale non riesce a godersi nemmeno il primo posto. La lazialità come forma di ascesi. Anch’io ormai aspetto le partite della Lazio come un esercizio spirituale: esultare senza esultare, vincere in raccoglimento, nascondersi nella vetta. Avrei anche pronto lo striscione per il derby: “Non è Lazio è AI”. In questa Lazio-champagne gioca anche Romano Floriani Mussolini, ventitré anni, figlio di Alessandra, nipote di Romano – il pianista jazz – e pronipote di quello lì. Sulla maglia c’è scritto solo “Romano”, i telecronisti dicono “Floriani”, ma quando esulta su Instagram sotto il post partono tanti “bello-de-nonno!”. Della sua esistenza si sono accorti tutti domenica scorsa. Nel 6-2 di Reggio Emilia (6 a 2!), Mussolini ha segnato a Turati – non il socialista, il portiere del Sassuolo. Era il 27 ottobre, primo giorno della Marcia su Roma. Un classico tormento laziale: un Mussolini in carne e ossa sulla fascia, con la maglia biancoceleste, l’aquila come mascotte. Una volta avevo un argomento pronto: “Guarda che anche Sandro Curzi, comunista cosìììì, era un grande laziale!”. Ma oggi Curzi non se lo ricorda più nessuno.
Ci sarebbe da farci una serie, su questa stagione della Lazio – perché c’è anche la sottotrama di Noslin: ventisette anni, scartato dall’Ajax, cinque anni fa consegnava panini in motorino, oggi segna gol impossibili in serie A, simbolo di questa Lazio-champagne.
A questo punto bisogna chiederselo e lo hanno già fatto in tanti: e se la Lazio giocasse così bene proprio perché in casa gioca dentro un silenzio irreale? Niente pressione, niente fumogeni, niente saluti romani. Il vuoto mentale, condizione ideale di ogni impresa sportiva, quello che i mental coach promettono a pagamento. Una nuova dimensione del calcio. Un calcio sperimentale, concettuale, avvolto nel silenzio, come certo teatro off: Grotowski che toglie tutto, Pina Bausch che fa ballare le sedie vuote in Café Müller (devo parlarne con Gattuso). Del resto, Alessandro Piperno, grande laziale, aveva scritto sul Corriere, dopo l’ennesima vergogna in curva (fischi al Giorno della Memoria), che allo stadio non avrebbe più messo piede. C’aveva visto lungo.